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I ritardi e gli errori del governo

La prova di forza che ha causato il rinvio della terza rata. E l’idea di tagliare 13 miliardi ai Comuni sostituendoli con altre fonti di finanziamento
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In un quadro di finanza pubblica molto fragile in cui la stabilità del debito è appesa alla promessa di tante misure una tantum, il governo dovrebbe rendersi conto che gli unici soldi che ha da spendere sono quelli del Pnrr e che quindi dovrebbe procedere senza ulteriori ritardi. Benché questo dovesse essere ben chiaro fin dall’inizio, il governo ha tardato a rendersene conto e ha già fatto ben due errori madornali che hanno determinato pesanti ritardi e rischiano di alimentarne ulteriori.

L’errore sul ritardo del pagamento

Il primo errore è stato quello di porre le condizioni per il ritardo del pagamento della terza rata e quindi tutte le rate seguenti mettendo a rischio anche la stabilità dei conti pubblici, perché nel frattempo il fabbisogno di cassa del Tesoro è aumentato di molto e si è aggiunta ulteriore pressione sulle emissioni di Btp che già sono previste in numero copioso per questo anno. Il governo avrebbe ben potuto accettare un taglio forfettario di poche centinaia di …

In un quadro di finanza pubblica molto fragile in cui la stabilità del debito è appesa alla promessa di tante misure una tantum, il governo dovrebbe rendersi conto che gli unici soldi che ha da spendere sono quelli del Pnrr e che quindi dovrebbe procedere senza ulteriori ritardi. Benché questo dovesse essere ben chiaro fin dall’inizio, il governo ha tardato a rendersene conto e ha già fatto ben due errori madornali che hanno determinato pesanti ritardi e rischiano di alimentarne ulteriori.

L’errore sul ritardo del pagamento

Il primo errore è stato quello di porre le condizioni per il ritardo del pagamento della terza rata e quindi tutte le rate seguenti mettendo a rischio anche la stabilità dei conti pubblici, perché nel frattempo il fabbisogno di cassa del Tesoro è aumentato di molto e si è aggiunta ulteriore pressione sulle emissioni di Btp che già sono previste in numero copioso per questo anno. Il governo avrebbe ben potuto accettare un taglio forfettario di poche centinaia di milioni (per i posti letto per gli studenti universitari) su una rata di 18,5 miliardi e avere i soldi subito, invece ha fatto una prova di forza con il risultato che il pagamento è arrivato a ottobre. Il regolamento prevede tagli forfettari di poche centinaia di milioni per i progetti incompleti, se davvero i soldi presi a prestito per il Pnrr sono “troppi” il modo per risparmiare è questo, non è certo quello di proporre revisioni del Piano che allargano il debito invece di ridurlo.

L’errore che ritarda le opere

E qui veniamo al secondo errore che produrrà ulteriori ritardi. Nella proposta di revisione del Pnrr inviata a luglio alla Commissione (e chissà quando sarà approvata in modo definitivo), il governo propone di tagliare 13 miliardi di finanziamenti ai Comuni e di sostituirli con altre fonti di finanziamento. Una parte significativa delle opere coperte dai 13 miliardi del Pnrr “tagliati” dal governo, è già stata realizzata (più del 10%); un’altra parte ha lavori in corso (circa il 40%); la restante – con poche eccezioni – è già stata appaltata.

Non finanziare più quelle opere è inimmaginabile, salvo un colossale conflitto giuridico-istituzionale, ma se si finanziano sulla parte cofinanziata del Fesr o sulla programmazione del Fondo sociale di sviluppo e coesione (Fsc) 2021-2027, quello è debito pubblico italiano. Si dirà che quelle spese erano comunque nel tendenziale dei conti pubblici, ma notoriamente i fondi ordinari si spendono al 30% mentre i fondi Pnrr si dovrebbero spendere quasi al 100% e con tempi molto più veloci.

Quindi la revisione del Piano comporta o maggior debito oppure, forse peggio, il fatto che le opere dei Comuni vengano parcheggiate con i tempi dei fondi ordinari e quindi si facciano con estrema lentezza, e forse mai. Se si rinuncia alla disciplina dei tempi e delle procedure del Pnrr, la capacità di spesa dei Comuni italiani non migliorerà mai perché il Fsc non ha tempi di realizzazione vincolanti: i Comuni ottengono il rimborso quando e se si spende, quindi forse mai.

Tra l’altro non è detto che le Regioni, cui toccano gran parte dei fondi Fesr e Fsc (32 miliardi per ora), siano d’accordo a mettere la pezza sul buco lasciato da Fitto. Le Regioni si sono sempre lamentate di non essere abbastanza coinvolte nel Pnrr e ora dovrebbero coprire il buco, si veda la Puglia che dovrebbe pagare la decarbonizzazione di Ilva con il suo Fsc invece che con il Pnrr.

Comunque si intenda restituire i fondi Pnrr tagliati ai Comuni è necessario un accordo con le Regioni, e perché i Comuni dovrebbero accettare l’intermediazione delle Regioni, cosa che non hanno mai accettato? E perché le Regioni dovrebbero tappare i buchi del Pnrr lasciati dallo Stato se non in cambio della promessa di autonomia? Questo modo di mettere i livelli istituzionali uno contro l’altro non può che portare a ulteriori ritardi. La verità è che il Pnrr è stato utilizzato come uno dei tasselli in una strategia più generale che riguarda l’accentramento dei poteri a Palazzo Chigi, in barba a tutte le promesse di autonomia. L’accentramento dei poteri con la creazione di unità di missione apposite con decine di nuovi funzionari e dirigenti riguarda il Pnrr ma anche la gestione dei fondi di coesione, la gestione delle autorizzazioni della Zes unica del Mezzogiorno e la strategia delle aree interne (le aree periferiche dell’Italia dove vivono milioni di persone).

Sono tutte state accentrate a Palazzo Chigi per una questione di gestione del potere, dimenticando che il Pnrr è anche l’unico strumento di finanza pubblica che permette una spesa rapida e efficiente. Da questo punto di vista il ministro Giancarlo Giorgetti, che non parla mai di Pnrr, farebbe bene a dare un’occhiata sui banchi dei colleghi di governo se non vuole correre il rischio che tutti gli sforzi profusi nella legge di bilancio siano vani.

* Professore di Economia Politica Università Statale di Milano

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