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Operazione Pnrr. A metà del guado, anzi peggio. Ma la partita è ancora aperta

La genesi e gli errori di un Piano che ha coinvolto tre governi. E che ha messo a nudo tutti i limiti delle amministrazioni, in attesa del responso Ue sulla quarta rata
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ROMA – Un gigante dai piedi d’argilla. È il Pnrr italiano, il più grande Piano di ripresa e resilienza d’Europa: 191,5 miliardi, 527 obiettivi, 6 missioni, 192 mila progetti. Tre priorità trasversali: chiudere i divari di genere, generazionali, territoriali. Due traguardi: la transizione verde e quella digitale. Ebbene, il calendario ci dice che siamo a metà dell’opera. Ma a tre anni dalla scadenza l’Italia ha speso appena il 14% delle risorse totali: 27,6 miliardi a fine luglio. Dovremmo essere a 60 miliardi entro dicembre. «Un’occasione storica», la definisce il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il rischio è che diventi un’occasione persa.

Una macchina ingolfata

La macchina fa fatica. Ingolfata dalla burocrazia delle amministrazioni, centrali e locali. Dal personale poco preparato e integrato in corsa da funzionari assunti a termine. Dall’indecisione politica su quali progetti scommettere per rilanciare …

ROMA – Un gigante dai piedi d’argilla. È il Pnrr italiano, il più grande Piano di ripresa e resilienza d’Europa: 191,5 miliardi, 527 obiettivi, 6 missioni, 192 mila progetti. Tre priorità trasversali: chiudere i divari di genere, generazionali, territoriali. Due traguardi: la transizione verde e quella digitale. Ebbene, il calendario ci dice che siamo a metà dell’opera. Ma a tre anni dalla scadenza l’Italia ha speso appena il 14% delle risorse totali: 27,6 miliardi a fine luglio. Dovremmo essere a 60 miliardi entro dicembre. «Un’occasione storica», la definisce il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il rischio è che diventi un’occasione persa.

Una macchina ingolfata

La macchina fa fatica. Ingolfata dalla burocrazia delle amministrazioni, centrali e locali. Dal personale poco preparato e integrato in corsa da funzionari assunti a termine. Dall’indecisione politica su quali progetti scommettere per rilanciare l’Italia, rafforzare le infrastrutture materiali e immateriali, curare il verde, portare più occupazione per giovani, donne e Sud, cambiare il modo di produrre e consumare energia. Riforme e investimenti, ecco la cura per giustizia, sanità, alta velocità, concorrenza, fisco. Con la previsione di alzare il Pil, a fine 2026, del 3,4%. Un traguardo che il governo Meloni ha addirittura irrobustito rispetto al 3,2% dell’esecutivo Draghi.

L’Italia al top per fondi

Il Pnrr nasce quando a Palazzo Chigi c’è Giuseppe Conte e la coalizione giallorossa Pd-M5S. Sembra una vita fa, nel bel mezzo dell’emergenza Covid. Un momento storico, comunque. L’Europa decide di fare debito comune per aiutare i Paesi più colpiti dalla recessione innescata dai lockdown e dal delirio pandemico. L’Italia è tra questi e chiede tutto il possibile, portando a casa 68,9 miliardi di sovvenzioni e 122,6 miliardi di prestiti. Significa denaro gratis e un po’ di deficit a buon mercato, perché pagato con tassi di interesse più bassi di quelli che spuntiamo noi.

Non tutti i progetti sono nuovi

I progetti non sono tutti nuovi, si svuotano i cassetti dei ministeri e degli enti locali. Alla fine si contano ben 67 miliardi già nei tendenziali del bilancio pubblico perché legati a spese previste, piani già in essere. Eppure pancia a terra, dal governatore al sindaco delle “aree interne”. Tutti in coda per attingere alla torta più succulenta mai vista negli ultimi decenni. Molti ora leggono come debolezza quel momento. Aver ceduto alla tentazione di prendere troppi denari, in un Paese addormentato, compiaciuto delle sue lentezze.

Il ruolo del governo Draghi

Il governo Draghi, appena insediato, rivede e in parte riscrive l’originario piano. Ottiene l’approvazione di Bruxelles il 13 luglio 2021, fa le prime riforme, incassa il prefinanziamento e le prime due rate, in tutto 66,9 miliardi. Dice ora il ministro Raffaele Fitto – plenipotenziario del Pnrr, Sud, Affari europei e Politiche di coesione – che l’esecutivo dell’ex governatore Bce ha avuto gioco facile con le riforme. Perché arrivati al momento di aprire i cantieri, prova di vera resilienza, quel governo è caduto.

Lo stravolgimento del governo Meloni

L’esecutivo Meloni, subentrato dopo le elezioni, dopo deve correre. Conseguire 30 obiettivi su 55 in due mesi, prima della fine del 2022. Non tutto va benissimo, visto che la terza rata da 18,5 miliardi, legata proprio a quei 55 target, entra nelle casse dello Stato italiano solo il 9 ottobre. Come dire, l’altro ieri. E solo dopo un’estenuante trattativa con Bruxelles, terminata quando Fitto stralcia l’ormai famoso progetto per alloggi universitari, dirottandolo sulla quarta rata. In questi mesi convulsi e confusi di governo Meloni, tutto il Pnrr sembra congelarsi. Mentre i burocrati decidono se gli studentati sono nuovi o riarrangiati, viene fuori l’impreparazione di una intera classe politica e amministrativa.

Il cambio di governance

Palazzo Chigi con Meloni cambia la governance, accentra tutti i poteri sul Pnrr, sfilandoli al ministero dell’Economia e alla Ragioneria: non senza malumori. Crea a febbraio una struttura di missione guidata dal super ministro Fitto. E un organo politico di interfaccia con gli enti locali e le parti sociali che chiama “cabina di regia”. Solo una passerella, per molti. Lì va in scena il cambio di passo sul Pnrr. Fitto capisce che l’Italia è indietro su tutto. A fine dicembre la spesa è a 24,48 miliardi (13%), a fine febbraio a 25,74 miliardi (13,44%), a fine luglio a 27,6 miliardi (14%). Lentissima. Certo, vanno contabilizzati i crediti di imposta. Regis, la piattaforma digitale del Pnrr, non vede ancora tutti i dati caricati dalle amministrazioni. Ma il dato raggela.

Arriva il RepowerEu

Ecco l’idea: cambiare tutto. Rimodulare, definanziare, cancellare, spostare. Tagliare i rami secchi, i progetti zoppicanti. Potenziare e mettere il turbo ai piani veloci che viaggiano sulle ali del credito di imposta: le grandi aziende, come quelle di Stato (Eni, Enel, Snam), spendono e poi scalano dalle tasse. E quindi ecco spuntare, grazie alla crisi del gas, il nuovo capitolo del Pnrr: il RepowerEu. L’Europa lo consente, l’Italia lo prende al volo. Ci sposta 15,9 miliardi di denari “lenti” del Pnrr che sommati ad altre cifre Ue portano il totale del fondo a 19,2 miliardi.

I sindaci in allarme

Quasi tutte le risorse tolte dal Pnrr – 13 miliardi su 15,9 – fanno però capo ai sindaci che in molti casi sono avanti con i bandi. Cruciali i capitoli stralciati: rigenerazione urbana, efficienza energetica dei Comuni, piani urbani integrati, riduzione del rischio idrogeologico, gestione del rischio di alluvione, investimenti per ridurre l’emarginazione e il degrado sociale, potenziamento dei servizi per le aree interne, valorizzazione del verde urbano ed extraurbano. Fitto rassicura: «Nulla verrà perso: gli stessi progetti saranno coperti con il Fondo sviluppo e coesione». Nessuno sa come e quando.

Parola all’Europa

RepowerEu si carica quindi di interventi da 20 miliardi legati a energia, gas, rinnovabili, transizione energetica, ecobonus. In parallelo Fitto corregge 11 target legati alla quarta rata da 16,5 miliardi. E rivede tutte le missioni del Pnrr: cambi di forma, ma anche di sostanza. Parola ora a Bruxelles che dovrà approvare tutto: RepowerEu, quarta rata, rimodulazione. L’ultimo atto. Poi non ci sono più scuse per tornare a correre. E non sprecare «un’occasione storica».

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