* Docente Università Bocconi, autrice di “Live long and prosper” (Egea) con Arnstein Aassve, Elisa Del Frari
Il segnale era già chiaro oltre venti anni fa (nel 2004) quando il numero degli over 65 in Italia superò per la prima volta quello degli under 19. Oggi quel segnale è diventato un’onda e il 2025 è stato l’anno dei record: il tasso di fecondità italiano è sceso a 1,14 figli per donna, il più basso d’Europa, e il numero dei nati è sceso a soli 355mila (pur includendo anche i nati da genitori stranieri, ormai uno su otto). Dopo l’ondata della pandemia, la speranza di vita ha invece ripreso a crescere arrivando ai livelli record di 81,7 anni per gli uomini e ben quattro di più per le donne.
Con questi numeri si prevede facilmente che il rapporto di dipendenza tocchi quasi la parità entro il 2050: un individuo in età attiva (20-64 anni) per ogni individuo in età virtualmente non lavorativa (giovani sotto i 20 anni e anziani sopra i 65). Eppure, il sistema economico e finanziario continua a trattare il cambiamento demografico come un problema di lungo periodo, qualcosa che i mercati sconteranno in tempo. È un errore che ha già un costo visibile: i sistemi pensionistici a ripartizione, costruiti in tempi di dividendo demografico, scricchiolano.
Tuttavia, anche ridurre il cambiamento demografico ad una crisi sarebbe un secondo errore. La longevità porta con sé un’opportunità che i mercati cominciano ad apprezzare. In Italia i 65enni di oggi sono il 92% della propria generazione di nascita e hanno davanti a loro oltre 21 anni di vita, molti dei quali in buona salute. Questa «seconda età adulta» è un nuovo segmento di vita molto attivo e ad elevata domanda di consumi (dati i livelli di mobilità sociale ascendente e di accumulo di ricchezza dei baby boomers). Gli over 50 generano già il 34% del Pil mondiale: viaggiano, acquistano immobili, investono in salute e benessere, ereditano e trasferiscono patrimoni. La cosiddetta Silver Economy vale oggi 39mila miliardi di euro e dovrebbe più che raddoppiare entro il 2050. A rendere il quadro ancora più rilevante c’è l’imminente “Grande Trasferimento di Ricchezza”: oltre 64mila miliardi che nei prossimi vent’anni passeranno di mano. Una riallocazione di patrimoni destinata a ridisegnare i flussi del settore bancario, assicurativo e della gestione patrimoniale.
Il problema è che il vantaggio non sarà distribuito equamente. Nell’area euro il 10% più ricco delle famiglie detiene il 60% della ricchezza, e il divario si amplifica tra gli anziani. Chi ha costruito una carriera stabile e alimentato un fondo pensione integrativo potrà vivere la longevità come un’opportunità, chi non lo ha fatto dipenderà quasi interamente da un sistema pubblico in crescente affanno. A complicare il quadro, tra i più giovani, il fatto che anche chi ha gli strumenti per pianificare il proprio futuro spesso non lo fa. La finanza comportamentale chiama questo fenomeno «sconto iperbolico»: la mente tende a svalutare in modo sproporzionato ciò che è lontano nel tempo, rimandando scelte difficili, quali appunto aprire un fondo pensione, a un domani che non arriva mai.
Non è pigrizia: è un meccanismo cognitivo profondo, aggravato dall’incertezza del presente. Accanto alla necessità del riequilibrio dei conti del welfare, appare allora un’altra priorità: costruire la consapevolezza dei più giovani perché costruiscano il loro futuro. Sanno già che vivranno a lungo e che costerà loro molto, ma devono disattivare il tasto del rinvio (lo “snooze” della loro sveglia) per capire cosa fare oggi. La demografia non è destino, lo diventa se non la si governa.
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