Tridico: “Serve un welfare europeo con più tasse sui profitti globali”
a cura di Flavio BiniDi fronte alle sfide della tecnologia, serve un nuovo modello di welfare, su scala europea, che si alimenti non più soltanto del contributo dei lavoratori ma delle tante ricchezze che nel mondo oggi restano al riparo dal Fisco, andando soprattutto a colpire le aziende che hanno molto fatturato e poche teste e non viceversa. È questa una delle ricette indicate dal presidente Inps Pasquale Tridico, nel colloquio con il direttore di Repubblica Maurizio Molinari all'evento organizzato a Milano da Affari & Finanza dedicato a welfare e wellbeing.
Presidente, nulla è più importante del welfare nella stagione delle disuguaglianze. Lei è un protagonista della protezione dei più deboli. Qual è la ricetta più ambiziosa che abbiamo davanti?
"Per troppo tempo abbiamo creduto che fosse necessario stare attenti a introdurre troppe politiche di welfare perché queste avrebbero in qualche modo ostacolato la crescita. Negli ult…
Di fronte alle sfide della tecnologia, serve un nuovo modello di welfare, su scala europea, che si alimenti non più soltanto del contributo dei lavoratori ma delle tante ricchezze che nel mondo oggi restano al riparo dal Fisco, andando soprattutto a colpire le aziende che hanno molto fatturato e poche teste e non viceversa. È questa una delle ricette indicate dal presidente Inps Pasquale Tridico, nel colloquio con il direttore di Repubblica Maurizio Molinari all'evento organizzato a Milano da Affari & Finanza dedicato a welfare e wellbeing.
Presidente, nulla è più importante del welfare nella stagione delle disuguaglianze. Lei è un protagonista della protezione dei più deboli. Qual è la ricetta più ambiziosa che abbiamo davanti?
"Per troppo tempo abbiamo creduto che fosse necessario stare attenti a introdurre troppe politiche di welfare perché queste avrebbero in qualche modo ostacolato la crescita. Negli ultimi trent'anni, fino alla crisi pandemica, abbiamo visto invece che i Paesi che più hanno investito in welfare non solo hanno ridotto le disuguaglianze, ma sono stati anche quelli che hanno abbracciato la crescita. Quindi in realtà non è più vero che welfare e sviluppo sono in antitesi, anzi si può fare welfare riducendo le disuguaglianze".
Come si finanzia il nuovo welfare?
"C'è una parte di ricchezza che sfugge. Oggi vediamo un fenomeno nuovo che è la globalizzazione più robotizzazione, che permette non solo di avere delocalizzazioni come avveniva in passato, ma anche di utilizzare rendimenti dell'intelligenza artificiale applicandoli nelle aziende. Tutto questo oggi non viene tassato. Se noi continuiamo ad avere un calo demografico, una quota lavoro che scende sul Pil e continuiamo a tassare il lavoro per finanziare il nostro welfare, arriveremo a un punto di non sostenibilità. Dobbiamo cercare altre fonti, dalla tecnologia ai rendimenti finanziari, passando per il tentativo fatto in ambito G20 sulla minimum tax globale che cerchi di catturare ricchezze che sono mobili da un paese all'altro".
Quindi significa andare a cercare le risorse per il welfare, per gli stati in collaborazione con le aziende, anche fuori dal territorio nazionale?
"Almeno nel continente europeo. Le faccio un esempio: noi continuiamo ad avere il lavoratore come il punto di riferimento di qualsiasi tassazione. Un'azienda di pulizia ad alto contenuto di lavoro e poca tecnologia oggi paga proporzionalmente più tasse di altre imprese molto capital intensive che si basano sulla digitalizzazione e hanno pochi lavoratori, e quindi poche "teste". Occorrerebbe tassare "per fatturato" e non "per testa". Continuare a tassare per testa non solo non ti garantisce una sostenibilità ma è anche ingiusto, perché la maggior parte della ricchezza proviene dalle aziende ad alto contenuto tecnologico".
Comunque lei parla di un welfare europeo. Si tratterebbe di un passaggio drammatico dal punto di vista economico.
"Stiamo parlando necessariamente di una ricetta europea. Queste soluzioni non si possono implementare in un solo Paese. Ovviamente questo richiederebbe maggiori cessioni di sovranità in un settore, quello sociale, dove tra l'altro negli ultimi anni l'Europa ha fatto dei passi avanti".
Quindi un welfare europeo, con una formula innovativa per trovare le risorse necessarie. Poi però c'è la questione di come declinare la protezione per gli individui. Oggi in realtà le richieste sono più per un miglioramento della qualità della vita e che non su avere dei soldi veri e propri. E quindi come declinare questo nuovo welfare? Come proteggere i singoli?
"Innanzitutto attraverso un reddito minimo, anche questo a livello europeo poi declinato sulla base dei diversi redditi dei Paesi. Un sostegno per ogni cittadino sotto una certa soglia di reddito, non un reddito universale. Di fatto uno strumento come il reddito di cittadinanza. Se fosse finanziato dagli Stati europei, o meglio da un bilancio federale, avrebbe il vantaggio di ridurre quella asimmetria che oggi esiste nell'Unione economica e monetaria. Quindi il punto di partenza è il reddito minimo europeo. Il secondo punto è il welfare universale per tutti i lavoratori. Vuol dire che al di là della forma di lavoro, di contratto e di vincolo che i lavoratori hanno nei confronti dell'azienda, i diritti devono essere uguali per tutti. Poi c'è il terzo pilastro, quello del welfare privato".
Qual è la situazione oggi in Italia?
"Qui ci sono ampi margini di miglioramento. Sul welfare aziendale molto è stato fatto. Però c'è un vizio di fondo che poi si è tramutato anche in un abuso. Molto spesso riusciamo a sostituire welfare con salario monetario. E questo ovviamente è un danno per il lavoratore, perché il welfare aziendale non si porta dietro oneri sociali e contribuzione e allo stesso tempo l'azienda ha una riduzione di costo perché la maggior parte del welfare aziendale è defiscalizzato. Dovremmo legare il welfare aziendale a effettivi aumenti di produttività. Quando ci sono questi aumenti allora possono essere cedute forme di welfare aziendale, altrimenti non sono giustificati e sono soltanto una riduzione di costo per le aziende".
Quanto conta l'immigrazione per rendere sostenibile queste nuove formule di welfare?
"È molto importante, lo dicono i numeri. Gli immigrati in Italia che lavorano contribuiscono al sistema pensionistico per circa 11 miliardi di euro all'anno ricevendo in termini di assistenza e pensioni poco più di 4 miliardi. Inoltre la maggior parte di questi immigrati non ha convenzioni con il nostro Paese e quindi lascia la pensioni qui. Oggi beneficiamo nettamente del contributo degli immigrati e in prospettiva ne beneficeremo sempre di più. Finché non avremmo riportato il tasso di fecondità a 1,7/1,8 come quello francese, consentendoci di aumentare la sostenibilità del sistema, avremmo sicuramente bisogno di lavoratori stranieri".
Una delle sfide del welfare sicuramente è la terza età. Quali sono le formule possibili di un welfare destinato ad affrontare anche l'emergenza di una terza età sempre più numerosa?
"Sulla combinazione tra lavoro e invecchiamento attivo dovremmo prendere spunto dal Giappone, dove gli schemi di pensionamento sono molto flessibili, permettendo combinazioni molto forti di lavoro e pensione. È un invecchiamento attivo vero e proprio, quello che noi ancora non siamo riusciti a raggiungere. Noi ancora pensiamo a formule come le quote, e non c'è niente di più sbagliato. Perché una quota, che sia 100, 102 o 41, è rigida per definizione".
Alla luce del problema della bassa natalità, lo Stato ha oggi le risorse per garantire un welfare adeguato?
"Questo è il grande tema. Noi abbiamo creato il nostro welfare nel Novecento, con una espansione demografica molto significativa e una crescita economica molto forte e siamo arrivati al punto di equilibrio di sostenibilità. Oggi con una demografia che diminuisce, ma soprattutto con una quota salari che diminuisce sul Pil, questo non è più possibile. Negli ultimi quarant'anni 150 miliardi di euro si sono spostati dalla quota lavoro sul Pil a qualcosa che rimane indefinito. Ciò che si è sottratto al lavoro è andato nella finanza, nelle rendite".