Non basta puntare alla neutralità carbonica, l'obiettivo finale sono le emissioni zero nette. Solo in questo modo le aziende possono realizzare il loro percorso di decarbonizzazione contribuendo in modo significativo alla lotta al cambiamento climatico. Le imprese non devono quindi limitarsi a compensare le emissioni legate alle loro attività produttive con i vari programmi specifici, come i progetti di riforestazione; ma devono anche investire in tecnologia e fonti rinnovabili, per ridurre l'impatto sull'ambiente dei loro sistemi produttivi, fino a eliminarlo. Ne è convinto Federico Minoli, un passato come Ceo di Ducati e ora ai vertici di diverse aziende. "Gli acquisti di crediti di carbonio permettono di accelerare il passaggio alla carbon neutrality, ma queste operazioni da sole non consentono di raggiungere il net zero, che deve essere il traguardo finale", ci spiega il manager, che è anche advisor di Carbon Credits Consulting, azienda italiana che sviluppa grandi progetti forestali per il sequestro e la riduzione di CO2. "Questa soluzione deve essere quindi accompagnata da una revisione dei processi produttivi interni per abbattere le emissioni prodotte. Ad esempio, in Mantero Seta - siedo nel consiglio di amministrazione - una delle prime iniziative in questo senso è stata l'installazione dei pannelli solari", ci racconta, ricordando i tanti progressi fatti dall'azienda tessile di Como sul piano Esg. "Un percorso intrapreso grazie alla maggiore sensibilità delle nuove generazioni di imprenditori sulle tematiche ambientali, ma anche perché lo chiedono i clienti, che sono le imprese di moda, influenzate dalle inclinazioni dei consumatori".
Secondo Minoli infatti, le preferenze d'acquisto e i comportamenti delle persone, soprattutto di quelle più giovani, tengono sempre più conto degli effetti sul pianeta delle loro scelte. Un prodotto o un servizio che rispetta l'ambiente è preferito, e questa tendenza viene intercettata dalle aziende, il cui obiettivo principale è fare profitto. "L'azienda risponde principalmente ai consumatori e alla legge. Quello che noto, è che oggi c'è una sensibilità sempre più forte al problema del cambiamento climatico soprattutto tra i ragazzi, e le organizzazioni si comportano di conseguenza". Ma al di là della risposta alle richieste di mercato, anche la percezione delle imprese su questi temi è cambiata rispetto al passato. "Le imprese non parlano più solo di shareholder, ma di stakeholder: mentre i primi potrebbero essere interessati solo al profitto, gli altri - tra cui ci sono i tuoi dipendenti e la comunità che ti circonda - sono influenzati dai comportamenti adottati dall'azienda sul piano ambientale".
Come a dire, una realtà economica non opera come se fosse un'entità isolata, separata dal territorio in cui si trova, ma deve tenere conto dei bisogni espressi dalla comunità che lì risiede. "Me ne sono reso conto quando la Ducati cresceva a ritmi veloci: abbiamo intasato l'intero quartiere di camion che andavano e venivano. Un problema per la gente che viveva lì". La consapevolezza di queste necessità dovrebbe così spingere le aziende a impegnarsi nel ridurre al minimo l'impatto ambientale delle sue attività: nel farlo, non esiste una ricetta unica, le strategie possono variare a seconda dei comparti, ma è importante seguire standard internazionali e protocolli basati sul metodo scientifico. "Sia in Dainese - produttore di equipaggiamento tecnico, di cui Minoli e presidente - sia in Mantero Seta abbiamo affrontato queste problematiche seguendo dei protocolli stabiliti", ci dice il manager, che racconta: "Abbiamo innanzitutto calcolato l'impronta carbonica in base al Ghg protocol e poi abbiamo definito un percorso per ridurre le nostre emissioni coerentemente con la Science Based Targets initiative (Sbti)". Più nel dettaglio, il protocollo Ghg e l'iniziativa Sbti forniscono alle aziende degli standard internazionali per misurare e gestire la quantità di gas a effetto serra emessa dalle loro attività, aiutandole inoltre a impostare una strategia di decarbonizzazione in linea con gli obiettivi dell'accordo di Parigi e gli studi scientifici. "Non basta piantare degli alberi vicino alla propria azienda: per affrontare un problema di questa rilevanza, bisogna adottare un metodo scientifico".
Anche nella scelta dei progetti di compensazione delle emissioni, bisogna stare attenti. Il mercato volontario dei crediti di carbonio è in forte evoluzione, si stanno definendo delle regole comuni e se da un lato ci sono operatori che sviluppano progetti non certificati a livello internazionale; dall'altro, ci sono imprese che investono in questi progetti, acquistando crediti di carbonio non reali, non addizionali e non tracciati: comportamenti che se a volte sono dovuti alla buona fede e alla scarsa conoscenza della materia, in altri casi sono deliberatamente adottati. E così si diffondono i fenomeni di greenwashing: "Da qui la necessità di regole comuni definite dagli enti regolatori, che stabiliscono anche le punizioni per chi le viola", aggiunge Minoli, che fa un paragone con il mercato dei falsi: "Quando lavoravo con Benetton, l'azienda reagì all'invasione delle contraffazione creando delle etichette che mostravano l'autenticità del prodotto permettendone la tracciabilità. Anche in ambito ambientale, i processi di certificazione possono contribuire al contrasto dell'ambientalismo di facciata, tutelando il consumatore che acquista e le aziende che investono in produzioni green". Le imprese si stanno già muovendo in questa direzione, sottolinea il manager: "Un esempio è Mantero Seta: le aziende di moda richiedono che i propri fornitori certifichino la loro carbon neutrality e la loro carbon footprint: di conseguenza, il fornitore del tessuto è motivato a mostrare la sua impronta di carbonio e a far sì che rientri nei parametri richiesti dal cliente".
La transizione verde non richiede solo investimenti alle aziende, ma si basa su un cambiamento sociale, economico e culturale che riguarda tutti, dalla pubblica amministrazione ai cittadini. Perché si tratta di una trasformazione che abbraccia tanti settori e diversi aspetti della nostra vita, come la mobilità. "L'idea del possesso del veicolo è sempre meno radicata, le nuove generazioni utilizzano servizi diversi, come il car sharing o Uber. Inoltre aumentano le piste ciclabili e l'uso delle e-bike, e anche la moto col tempo sarà sempre più percepita come uno strumento di intrattenimento e meno come un mezzo funzionale a spostarsi da un luogo all'altro", ci dice Minoli: "Sono nel consiglio di amministrazione di Poc, azienda che produce caschi da bici e sci: abbiamo registrato un forte aumento dell'uso del casco da bici, perché c'è anche una maggiore attenzione alla sicurezza. La rivoluzione ormai è avviata, sono stati definiti dei traguardi. E anche se il passaggio ai veicoli elettrici non avverrà in tempi brevi, considerando il parco auto in circolazione, le infrastrutture da creare e i grandi cambiamenti richiesti all'industria, la direzione è tracciata e questa a sua volta influenza le decisioni di acquisto dei consumatori".