In un ecosistema sempre più globale e digitale l’importanza della cosiddetta “data economy”, ossia di un modello economico che basa la creazione del valore sulla capacità degli attori di raccogliere, gestire ed elaborare una grande quantità di informazioni, è ormai data per scontata. Decisamente meno scontata è l’effettiva capacità di sviluppo di questa economia del dato: senza strumenti di calcolo in grado di elaborare tutti queste informazioni e di trasformarle in valore aggiunto, la rivoluzione dei dati rischia di assumere i connotati della favola incompiuta.
In questo contesto si inserisce a pieno titolo il tema della potenza computazionale, della capacità di calcolo dei computer. O meglio dei supercomputer. In attesa dell’avvento del quantum computing il mondo della ricerca e dell’impresa si sta infatti “consolando” con il super computing, detto anche high performance computing (Hpc): un insieme di tecnologie di analisi e calcolo che permette a diversi processori di elaborare dati “in parallelo”, vale a dire contemporaneamente.
Questa capacità di calcolo, altrimenti irraggiungibile, abilita algoritmi in grado di estrapolare informazioni e di creare modelli da grandi quantità di dati, strutturati e non. Una potenza di calcolo che è già sfruttata in diversi campi per analisi complesse, dallo studio del clima globale alla ricerca testuale in archeologia, passando per lo sviluppo dei farmaci e l’analisi dei dati genomici.
Il calcolo ad alta performance sta mostrando il suo potenziale ad aziende, ricercatori e istituzioni di mezzo mondo e anche in Italia, dove non mancano vere e proprie punte di eccellenza. Il suo sviluppo è però ancora tutto da scrivere e proprio con l’obiettivo di inquadrare le possibile traiettorie di questo sviluppo ha preso le mosse lo studio strategico realizzato da Atos, colosso IT europeo, e The European House – Ambrosetti, dedicato all’attualità, ai trend e alle eccellenze del supercomputing.
Il rapporto presentato in esclusiva da Repubblica, che è stato condotto con il supporto di Roberto Cingolani in qualità di advisor scientifico e cto di Leonardo prima che assumesse la carica di ministro della Transizione ecologica nel governo Draghi, è il frutto di 5 mesi di ricerca e ha coinvolto oltre 20 ceo manager di aziende italiane innovative leader nei propri settori.
Il punto di partenza è lo stato dell’arte tecnologico: attualmente il miglior computer ad alte performance è in grado di calcolare in meno di un’ora quello che al miglior computer standard richiederebbe oltre un anno. Nell’era dei big data questa potenza è in grado di fare la differenza in diversi campi, dal business alla ricerca. Non c’è dunque da stupirsi del fatto che la Commissione europea ne abbia fatto una delle priorità strategiche digitali per il futuro.
Oggi l’Europa si trova al quarto posto mondiale per capacità di calcolo installata con 425.583 Teraflop (numero di operazioni eseguite in un secondo dall’unità centrale di elaborazione del sistema informatico), dietro a Usa (668.704 TFlop), Giappone (593.700) e Cina (563.999 TFlop).
Assumere una posizione di leadership a livello mondiale e creare un’infrastruttura europea di supercalcolo competitiva, anche e soprattutto in un’ottica di sovranità digitale, non è semplice ma nemmeno impossibile. Secondo lo studio ci sono quattro fattori critici da affrontare: competenze verticali e orizzontali, investimenti, ecosistema business e industriale, competitività e presidio della catena del valore del supercalcolo.
Se questi elementi possono fare la differenza in Europa, possono fare altrettanto in Italia e in particolare in Emilia-Romagna, che vanta una grande tradizione nel supercalcolo. Sin dal 1961 la Regione ha infatti assunto un posizionamento centrale nel supercalcolo italiano, europeo e mondiale, in seguito all’installazione del centro di supercalcolo del Comitato nazionale per la energia nucleare (ora Ente nazionale per l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, Enea).
Questo posizionamento si è ulteriormente rafforzato quando nel 1967 è stato istituito il Cineca, un Consorzio interuniversitario dedicato al calcolo elettronico: ad oggi in Emilia-Romagna è installata il 27,5% della capacità di calcolo Hpc italiana e il 5,1% della capacità di calcolo Hpc europea. Con l’installazione del supercomputer di Leonardo e a parità di contesto, stima il rapporto, l’Emilia-Romagna andrà ben oltre: raggiungerà l’82,6% della capacità di calcolo italiana e il 20,9% di quella EU. L’invito-occasione che emerge dalla studio è chiarissimo: l’Italia e l’Emilia-Romagna devono assumere un ruolo di leadership fra i centri europei d’eccellenza nel supercalcolo e affermarsi come motore nella data economy, promuovendo progetti ad hoc, partnership pubblico-private, iniziative di sistema Paese, meccanismi di trasferimento tecnologico e altro ancora.
“La potenza di calcolo installata può essere applicata alla ricerca di base, nello sviluppo di modelli previsionali avanzati, nelle scienze climatiche, biologiche e in molteplici campi multidisciplinari ma – sottolinea Giuseppe Di Franco, vicepresidente esecutivo di Atos Group e ceo di Atos Italia - anche alla produzione nella soluzione di problemi operativi complessi e con ricadute di business immediate, perché i casi d’uso fanno riferimento a dati disponibili ed elaborabili, in un’impresa, in una filiera e in rete”.
I supercomputer, gli fa eco Valerio De Molli, managing partner e ceo di The European House – Ambrosetti, “sono importanti acceleratori di ricerca e sviluppo, generano benefici per i territori in cui vengono insediate, e portano alla creazione di veri e propri hub della data economy, in grado di attrarre imprese e talenti, diventeranno sempre più cruciali in ambito industriale e manifatturiero”.