A scuola di tradizione dai latini

A scuola di tradizione dai latini

Chi era il genius loci dei Romani? L’unica cosa di cui siamo certi è che esisteva e che era molto venerato

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La fortuna moderna del genius loci si deve a un libro dell’architetto norvegese Christian Norberg-Schulz: Genius Loci. Paesaggio Ambiente Architettura, risalente agli anni Settanta. In esso l’autore richiamava architetti e urbanisti alla necessità di costruire rispettando il “luogo”, le sue peculiarità, la sua atmosfera. Si tratta di un’opera di grande rilevanza, pur se con il genius loci dei Romani ha in comune solo il titolo.

È accaduto però che questa espressione, intesa come un riferimento alla religione romana, sia stata accolta con favore dalla comunicazione turistica. In uno dei siti più sciagurati, ad esempio, si può leggere questa frase: “Genius Loci, Spirito del Luogo, è il termine con cui i Latini indicavano quel ‘qualcosa’ che caratterizza un luogo, un ambiente. Un qualcosa di ‘soprannaturale’ che rende unico un territorio”. I Romani non ci pensavano neppure lontanamente. O peggio: “Il poeta Virgilio, nelle Georgiche, racconta che il genius loci accompagnava i contadini nel lavoro agricolo, proteggendo i raccolti”. Virgilio non si è mai sognato di scrivere una cosa del genere – anzi, è molto interessante quest’uso della falsa citazione virgiliana per rendere più autorevole un advertisement turistico. E poi dicono che i classici non servono a nulla! Ma lui, il genius loci, quello romano, chi era? L’unica cosa di cui siamo certi è che esisteva e che era molto venerato, vista la grande quantità di dediche che sono giunte fino a noi. Gli scrittori cristiani se ne prendevano gioco, affermando che i pagani assegnavano un genius alle case, alle porte, alle terme, perfino alle stalle. E in effetti, al di là della polemica, poteva essere vero, visto che i grammatici antichi sostenevano che “non vi fosse luogo senza un genius” ovvero che il genius fosse “la divinità naturale di ciascun luogo, di ciascuna cosa”.

Se è così, l’orizzonte religioso che si apre davanti a noi è davvero affascinante. Come quello rappresentato da una città piena di divinità, che tutelavano ogni singolo luogo, ogni singolo edificio, ogni singola cosa. Ma c’è un modo per immaginarselo, il genius loci? L’Eneide ce ne offre una traccia. Durante i solenni funerali per Anchise, padre di Enea, accadde infatti che un serpente si avvicinasse all’ara coperta di offerte e le divorasse, per poi scomparire. Enea, attonito per il prodigio, si chiese se si fosse trattato dell’apparizione “del genius loci o di un servitore di suo padre”. Dunque questa divinità poteva manifestarsi sotto forma di un rettile. Come il serpente dipinto nei lararia di Pompei, a rappresentare la divinità tutelare della casa. O quello presente nell’affresco, ancora pompeiano e proveniente dal corridoio di una latrina, la cui immagine è accompagnata da questa iscrizione, inutile tradurla: “Cacator cave malum”. Altro che identità dei luoghi!

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