Il paesaggio italiano non è solamente una meravigliosa scenografia naturale, ma è anche e soprattutto un sedimento che nel corso dei decenni ha accolto storie, generazioni, identità, saperi e comunità. L’erosione delle coste, lo spopolamento dei borghi, la centralizzazione urbana e ancora l’oblio delle tradizioni rischiano tuttavia di trasformare questo patrimonio di luoghi in deserti senza identità, memoria e ricordi. Un insieme di trasformazioni naturali, economiche e sociali che mostra gli effetti collaterali negativi più profondi di fronte all’irreversibilità del cambiamento. Una scuola chiusa in un paesino di montagna dove ormai ci sono più case che abitanti. Una fabbrica abbandonata che un tempo occupava un’intera comunità. Un artigiano che non ha più qualcuno a cui tramandare una tradizione storica.
C’è chi li considera effetti naturali del progresso, come se qualunque avanzata dovesse fisiologicamente abbandonare qualcosa dietro di sé. Ma c’è anche chi li considera espressione di una deriva, da contrastare con la riscoperta e la difesa di ciò che è stato. E laddove possibile, anche con una vera e propria reinvenzione. Andare avanti sì, ma curandosi di ciò che c’è intorno e ciò che è stato: è l’imperativo riscoperto negli ultimi anni da tante aziende e in particolare dalle fondazioni d’impresa. Se proteggere il perimetro aziendale è una sfida obbligata e scontata, lo è meno essere anche guardiani del patrimonio comune che gravita attorno a un’impresa. Il territorio che la ospita, la comunità che coinvolge, il sapere che custodisce, le risorse da cui attinge.
In questa visione contemporanea della filantropia d’impresa, la cura degli ecosistemi naturali, la valorizzazione degli archivi e la responsabilità verso le comunità locali non sono azioni disgiunte, ma pilastri di una responsabilità civile che punta a proteggere il passato con la presenza, costante e consapevole. Dopo aver animato la religiosità dell’Antica Roma, il concetto del genius loci, lo spirito del luogo, torna in auge con una veste filantropica. Nella visione latina, il genius era lo spirito primordiale, una divinità minore legata indissolubilmente a un luogo specifico. Ogni fonte, ogni bosco, ogni incrocio di strade o centro abitato aveva il proprio genio: un’entità protettrice che ne custodiva l’essenza e la particolarità. Nulla poteva accadere in quel luogo senza che lo spirito venisse onorato, ascoltato o assecondato. Non era un’entità astratta, ma la forza vitale che rendeva ogni luogo diverso da ogni altro, conferendogli un carattere unico. Dunque meritevole di rispetto.
Traslato nella filantropia d’impresa, il genius loci rappresenta la sintesi unica di caratteristiche fisiche, storiche e culturali che rendono un territorio riconoscibile e vivo. Quando un’impresa sceglie di farsi custode di questo insieme sta dichiarando che il proprio valore non è solo una riga di bilancio, ma è anche la capacità di generare un rapporto con i luoghi intesi nella loro interezza di spazi, persone e natura. Non si tratta di una conservazione museale ma di consapevolezza che l’innovazione può essere potente se preserva anche le radici, sicuramente più autentica. Ignorare lo spirito di un luogo rischia di estraniare l’impresa, custodirlo significa invece rinsaldare il legame tra ciò che è e ciò che è stato.
Questa custodia si manifesta innanzitutto nel rapporto con l’ambiente naturale, messo a dura prova dai mutamenti climatici e dalle trasformazioni sociali. In questo scenario, il compito dell’impresa che vuol farsi custode è la cura attenta, e al tempo stesso discreta, degli ecosistemi. Il paesaggio italiano è infatti ormai un paesaggio in gran parte antropizzato, dove la mano dell’uomo ha costruito per secoli sentieri, stazzi e muretti che oggi rischiano di sparire sotto il peso dell’abbandono. Preservare oggi significa garantire una fruizione responsabile del territorio, studiando e conservando la biodiversità come parte di un sistema in cui l’uomo è una presenza consapevole e rispettosa. Ma anche inventare nuove forme di fruizione di luoghi abbandonati o a rischio abbandono. È un’idea di continuità che cerca di porre rimedio alle interruzioni provocate dallo sviluppo disordinato, rimettendo in equilibrio ambiente e azione umana.
Visioni e connessioni: 13 imprese si raccontano
EY Foundation è la fondazione di EY in Italia che vuole favorire l’incontro tra giovani, competenze e lavoro. Con Visioni e Connessioni racconta l’impegno di tredici imprese familiari che investono nel benessere delle persone, nella cultura, nel patrimonio naturale e nei territori.
Accanto al paesaggio fisico esiste poi un paesaggio intangibile, fatto di competenze e saperi stratificati. Qui la filantropia e la cultura d’impresa tentano di diventare una vera e propria infrastruttura di conoscenza, dove la memoria smette di essere un deposito polveroso per diventare una piattaforma viva. Documenti tecnici, bozzetti industriali e materiali d’archivio non sono reperti da collezionismo, ma dati preziosi pronti per essere riutilizzati in chiave contemporanea. Il futuro assume la forma di un riuso critico di questo sapere tecnico accumulato, che può fungere anche solo di ispirazione, o ancor più di fonte di formazione. La memoria industriale non è più un archivio, bensì un vantaggio competitivo perché preserva e al tempo stesso manifesta la propensione a rompere gli schemi, a cambiare prospettiva e a esplorare lidi inediti. In una parola, innovare.
In questa nuova geografia della responsabilità, l’impresa non è più un attore isolato, ma il custode di un patto tra generazioni fondato sulla tutela di ciò che è comune. Che non accetta l’irreversibilità come danno collaterale. E come ogni sedimento accumula, non elimina.