Le poche competenze preoccupano molto

Le poche competenze preoccupano molto

Secondo una ricerca pubblicata da PwC, lo skill gap impensierisce più della volatilità macroeconomica e dell'inflazione

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L’economia mondiale sta attraverso un periodo di forte trasformazione. La transizione green e digitale e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale stanno orientando le strategie di investimento di aziende e governi, che operano in un contesto segnato da tensioni geopolitiche e commerciali. La rivoluzione energetica e l’avanzamento tecnologico influenzano i modelli di business e i processi delle organizzazioni, che devono fare i conti con uno skill gap esiziale per le loro prospettive di crescita. La sostenibilità economica a lungo termine dell’azienda risiede sempre più nelle capacità di governare questi cambiamenti grazie a una forza lavoro agile e in grado di guidare l’innovazione. Un’esigenza ben chiara ai leader delle imprese italiane, impensieriti per la carenza di competenze chiave del personale.

A indicarlo è un’indagine della società di consulenza PwC - la Global Ceo Survey 2025 pubblicata in occasione del Wef di Davos - che ha anche un focus specifico sul nostro Paese: con il 35% delle risposte degli amministratori delegati italiani, il divario di competenze - soprattutto nei settori emergenti come l’IA e la cybersecurity - si classifica al primo posto tra le minacce a cui è esposta l’azienda, superando volatilità macroeconomica e inflazione, che sono invece i rischi più sentiti a livello mondiale.

Una preoccupazione che rafforza quella relativa all’adozione delle nuove tecnologie. In questo contesto di trasformazione è fondamentale riuscire a cavalcare l’innovazione per sostenere la crescita, sfruttando ad esempio le potenzialità dell’intelligenza artificiale generativa: il 60% dei ceo italiani si aspetta che la GenAI aumenti la redditività della propria impresa nei prossimi dodici mesi (rispetto al 49% nel mondo e alla percentuale del 36% registrata nel 2024). Nonostante questa consapevolezza, l’integrazione dell’intelligenza artificiale nelle organizzazioni italiane non è ancora compiuta: solo il 5% delle aziende con 10 o più addetti utilizza tecnologie basate sull’IA, contro una media europea dell’8%.

Più nel dettaglio, la 28esima Annual Global Ceo Survey - che ha coinvolto 4.701 ceo in 109 Paesi, di cui 122 italiani - illustra le valutazioni dei leader aziendali sull’impatto dell’IA, ma anche sul contesto macroeconomico in cui operano. Tra i top manager italiani è più diffusa la fiducia nelle prospettive dell’economia mondiale rispetto a quella nazionale: il 64% di loro (il 58% a livello internazionale) prevede che la crescita economica globale aumenterà nei prossimi mesi; una simile tendenza per l’economia della Penisola è prospettata solo dal 43% degli intervistati. Sul piano occupazionale, il 45% dei ceo italiani (42% nel mondo) pensa di aumentare il numero di dipendenti nel 2025, mentre il 9% prevede di effettuare tagli all’organico (il 17% nel mondo). Tuttavia, il 56% degli ad della Penisola (e il 42% a livello globale) ritiene che la propria azienda non sarà più economicamente sostenibile oltre i prossimi 10 anni se continua sul percorso attuale.

Grafico a cura di Silvano Di Meo
Grafico a cura di Silvano Di Meo 

In quest’ottica, colmare lo skill gap e cogliere il potenziale del cambiamento tecnologico sono azioni essenziali. Da questo punto di vista, i ceo italiani sono consci degli effetti positivi legati all’introduzione dei sistemi di GenAI: oltre il 40% di loro ha riportato benefici in termini di efficienza, ma anche di redditività (26%) e fatturato (30%); mentre solo l’1,6% ha dichiarato di non fidarsi dell’integrazione di queste innovazioni nei processi aziendali. Inoltre, non si riscontra una riduzione delle opportunità di lavoro nell’economia globale a causa della GenAI secondo il report.

Le competenze delle risorse umane e l’adozione delle nuove tecnologie sono condizioni da cui dipende la capacità di preservare e accrescere la competitività dell’azienda, e garantire la sua sostenibilità nel lungo periodo: un obiettivo raggiungibile ridefinendo il proprio modello di business puntando sulla flessibilità nel riallocare le risorse da un’attività all’altra, soprattutto quando si vuole investire in mercati nuovi. Tuttavia, molte imprese mancano di agilità: il 60% dei ceo italiani dice di riassegnare il 10% o meno delle risorse umane di anno in anno, e il 54% di riallocare le risorse finanziarie. Più di due terzi degli ad in Italia e nel mondo dichiarano di riallocare meno del 20%.

Infine, sul piano ambientale ed Esg, il report registra un rallentamento del climate-friendly: lo scorso anno solo il 20% dei top manager italiani ha riportato un aumento dei ricavi dalla vendita di prodotti e servizi a seguito di investimenti in sostenibilità. Inoltre è calata la quota di ceo che ha accettato tassi di rendimento inferiori per realizzare investimenti sostenibili (il 21% rispetto al 39% di un anno fa). A ostacolare le azioni a favore del clima sono la complessità normativa, il ridotto interesse mostrato dagli stakeholder esterni e il minor rendimento degli investimenti climate-friendly.

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