L'impatto della pandemia sull'economia italiana: rispondono i ceo

Marco Daviddi, mediterranean leader per l’area strategy and transactions di EY
Marco Daviddi, mediterranean leader per l’area strategy and transactions di EY 
Per il 67% delle aziende il ripristino dei livelli pre Covid-19, secondo quanto emerge dall'EY Global capital confidence barometer, si registrerà nel 2022. Cambiano i settori d'investimento
1 minuti di lettura

La pandemia ha lasciato segni evidenti sui bilanci delle aziende. L’EY Global capital confidence barometer (CCB23), survey giunta alla 23a edizione, ha provato a quantificare i danni coinvolgendo 2.400 ceo di società che operano in 52 Paesi diversi. Per quanto riguarda le attività italiane, il 16% degli intervistati ha spiegato di non aver avuto impatti dal punto di vista dei ricavi. Solo il 7% non ne ha registrati dal punto di vista della redditività nel 2020.

Per un completo ritorno alla normalità, però, secondo il 67% dei ceo italiani, bisognerà attendere il 2022. Contando però di riposizionarsi nel mercato attraverso strategie ancor più competitive. Non a caso, il 55% delle aziende ha affermato di star riprogrammando la propria efficienza operativa attraverso una trasformazione aziendale.

Uno degli strumenti, secondo sette ceo su dieci, è una buona strategia di crescita e posizionamento nei mercati stranieri. E la ripresa, ovviamente, non può prescindere dalla transizione digitale: il 12% sta investendo con decisione sulle nuove tecnologie (a livello europeo la percentuale sale a 19 punti). L'8% dei ceo italiani, inoltre, ha scelto di puntare sulla formazione dei lavoratori per valorizzare il capitale umano (la metà di quanto viene fatto mediamente in Europa).

Dalla ricerca emerge che oltre a quello interno, i mercati più rilevanti di acquisizione per le aziende italiane risultano essere quelli di Germania, Francia, Spagna e Svezia. “I fondi di private equity e i fondi infrastrutturali, in special modo esteri, ricoprono un peso sempre maggiore anche nel panorama italiano, complici i bassi tassi d’interesse e l’elevato ammontare di liquidità da investire - commenta Marco Daviddi, mediterranean leader per l’area strategy and transactions di EY -. Basti pensare che investitori finanziari, spac e club deal, anche tramite forme di investimento ibride di quasi-equity e joint venture, hanno totalizzato ben 38 acquisizioni di target italiane nei primi due mesi del 2021, con un’incidenza crescente degli add-on, che mostrano primi segnali interessanti di accelerazione del processo di consolidamento in vari settori, con preponderanza dei settori technology, agroalimentare e del comparto industriale”.

A cambiare, secondo Daviddi, deve essere anche il tessuto industriale italiano. “Se nel passato il sistema incentrato sulle pmi ha rappresentato una ricchezza e un’opportunità, nel contesto della pandemia è stato un limite. Favorire processi di aggregazione aziendale, su filiere settoriali e produttive, si conferma, quindi, necessità cruciale nel nostro Paese. Non solo in termini di sostenibilità e resilienza, ma anche per agevolare i processi di innovazione e garantire sviluppo a lungo termine”.