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Privatizzazioni, prima di vendere chiariamo cosa è strategico per lo Stato

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Il Documento Programmatico di Bilancio presentato dal ministro dell’Economia Giorgetti non ha sciolto nessuno dei dubbi relativi a come il governo pensi di procedere con il piano di privatizzazioni annunciato nella Nadef di settembre e che dovrebbe in 3 anni assicurare un gettito di almeno l’1% del Pil (22 -24 miliardi) a riduzione del debito pubblico.

Alcune vendite sembrano scontate, come il completamento dell’operazione Ita che vedrebbe l’ingresso di Lufthansa inizialmente con il 40% e la cessione della quota del Mef nel Monte dei Paschi di Siena, conformemente ad un impegno preso dal governo con la Commissione Europea. L’attuale valore di mercato della banca senese è di 3,2 miliardi e la quota del 64% dovrebbe fruttare alle casse statali circa 2 miliardi di euro.

Sempre Giorgetti h…

Il Documento Programmatico di Bilancio presentato dal ministro dell’Economia Giorgetti non ha sciolto nessuno dei dubbi relativi a come il governo pensi di procedere con il piano di privatizzazioni annunciato nella Nadef di settembre e che dovrebbe in 3 anni assicurare un gettito di almeno l’1% del Pil (22 -24 miliardi) a riduzione del debito pubblico.

Alcune vendite sembrano scontate, come il completamento dell’operazione Ita che vedrebbe l’ingresso di Lufthansa inizialmente con il 40% e la cessione della quota del Mef nel Monte dei Paschi di Siena, conformemente ad un impegno preso dal governo con la Commissione Europea. L’attuale valore di mercato della banca senese è di 3,2 miliardi e la quota del 64% dovrebbe fruttare alle casse statali circa 2 miliardi di euro.

Sempre Giorgetti ha dichiarato in Parlamento che “le operazioni saranno coerenti con i profili di strategicità e di interesse nazionale, efficientamento, ottimizzazione del profitto di mercato e razionalizzazione delle strutture di partecipazione e controllo”. Su Repubblica Affari & Finanza Andrea Greco ha ricordato quali sono le partecipazioni più succulente del Tesoro o di Cdp: Eni, Enel, Leonardo, Terna, Poste, Snam.

Se lo Stato decidesse di scendere al 20% in ciascuna di queste società, protetto comunque dal golden power, potrebbe incassare circa 20 miliardi e rimarrebbero Ferrovie, Autostrade, Ilva e Rai (ok, scherzavo).

Tuttavia ciò che rimane imperscrutabile è proprio cosa si intenda per “strategicità e interesse nazionale” e quando si parla di “ottimizzazione del profitto”. Ad esempio, è ovvio che se si cede il controllo di una società il compratore è disposto a pagare un premio. Vuol dire che il governo è disposto ad uscire completamente da alcune partecipate? E se in varie occasioni si è dichiarato che alcune reti (energia o telecomunicazioni) sono strategiche (benché Giorgetti abbia citato le infrastrutture come candidate alla privatizzazione), lo sono altrettanto imprese che già operano in concorrenza piena sul mercato e che basterebbe remunerare per gli obblighi di servizio universale (tipo le Poste)? E quali sono i possibili incentivi perché gli enti locali si sbarazzino delle loro ingombranti partecipazioni in società quotate che operano in regime di mercato (le utilities) o le cui concorrenti sono spesso private (gli aeroporti)?

Per ora tutto oscuro, ma finché non verranno sciolti questi nodi gordiani le privatizzazioni o non si faranno o saranno pasticciate.

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