Caccia agli sprechi, un tesoro da 10 miliardi
di Giuseppe ColomboLa presidente Bce Christine Lagarde e il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti
(fotogramma)Appena venti giorni fa, Giancarlo Giorgetti aveva lanciato l’ultimo avvertimento ai suoi colleghi di governo: «Il lavoro che non hanno fatto i singoli ministri lo farà il ministro dell’Economia in loro vece e addirittura intensificherà i tagli». Detto fatto, è toccato a lui prendere in mano le forbici all’ultimo minuto e tagliare in modo compulsivo le spese dei dicasteri, recuperando 1,9 miliardi per il 2024 (nella tabella le stime contenute nel Def di aprile).
E così la spending review si è fatta nervosa e frettolosa. Nervosa per le resistenze dei ministri che hanno sabotato l’appello del titolare del Tesoro, partito prima dell’estate. Alla scadenza per l’invio delle proposte, il 10 settembre, hanno risposto in due, tra l’altro con importi irrisori: Antonio Tajani (Esteri) e Francesco Lollobrigida (Agricoltura). Se ne sono aggiunti solo un paio dopo la strigliata di fine settembre. Frettolosa, la spending, perchè fatta in poco tempo.
Dal combinato disposto di queste due caratteristiche è venuta fuori una revisione della spesa ancorata all’esigenza di fare cassa in modo indiscriminato, rinunciando all’analisi qualitativa degli sprechi e delle inefficienze da ridurre. E infatti alla fine l’accetta ha preso la forma del taglio lineare del 5% per i ministeri: sotto tiro sono finite le cosiddette spese discrezionali. Tagliare e incassare, per coprire, insieme all’aumento delle accise sui tabacchi, i costi delle politiche invariate contenute nella legge di bilancio: quindi i rinnovi dei contratti dei dipendenti pubblici, le missioni internazionali e le spese per la Difesa.
Gli obiettivi indicati nel Dpb
È il Documento programmatico di bilancio, lo “scheletro” che contiene le entrate e le uscite, a svelare i numeri della spending review che il governo ha messo in cantiere. Dieci miliardi in tre anni, dal 2024 al 2026, con l’impegno più importante caricato sull’ultimo anno, dove si punta a rastrellare 6,8 miliardi. Andando in ordine cronologico. Per il 2024 sono stati stimati risparmi per lo 0,0088% del Pil, pari a circa 1,9 miliardi. L’anno successivo, nel 2025, l’impegno si ridimensiona leggermente, a 1,5 miliardi, per poi risalire bruscamente nel 2026, con tagli per quasi 7 miliardi. Il totale fa poco più di 10 miliardi. Ottenuti, si legge nel Documento inviato ieri alla Commissione europea, dalla revisione e dalla rimodulazione della spesa. Che ancora una volta non coglie l’occasione di un’azione programmatica. Un altro indizio che dà il senso dell’opportunità svanita è il ridisegno della spending in chiave migliorativa. Messa nero su bianco nel Pnrr, dove si prevede un rafforzamento del ruolo del ministero dell’Economia per il presidio del monitoraggio e della valutazione, ma anche del processo di valutazione ex post dei risultati. Altra pecca atavica quella della spending che non si interroga sui target raggiunti, ma solo sull’incasso. Un’altra linea d’azione, sempre contenuta nel Pnrr, dà l’idea della scommessa di riformare la spending in modo analitico: l’ottimizzazione della pratica del bilancio di genere e il green budgeting.
La linea guida del Pnrr
Nel Piano nazionale di ripresa e resilienza c’è scritto anche che la revisione annuale della spesa, nel triennio 2023-2025, deve puntare a ottenere «risparmi di bilancio diretti a sostenere le finanze pubbliche e/o a finanziare una riforma fiscale o riforme della spesa pubblica favorevoli alla crescita». Insomma una spending che non sia una pesca a strascico, ma un’attività ordinaria, strutturata, per aggredire realmente le sacche di inefficienza dentro i dicasteri e non solo. Il Mef ha fatto la sua parte, mettendo in fila i target previsti fino ad oggi dal Pnrr. E in particolare la Ragioneria, dove ha preso forma un Comitato scientifico, il centro nevralgico dell’analisi e della programmazione degli interventi che poi toccherà ai ministeri tradurre in tagli. Solo che il ridisegno della spending parte dalla messa a punto delle linee guida, una sorta di bussola politica in mano a Palazzo Chigi. Il documento è stato chiuso solo qualche giorno fa. In ritardo. E così Giorgetti si è ritrovato tra le mani le forbici dell’urgenza.