“Il mondo bancario italiano gode generalmente di buona salute, ma le notizie che arrivano dal fronte economico sono motivo di preoccupazione per i prossimi mesi. Ci attendono mesi delicati ed è importante essere vigili”. Antonio Patuelli guarda con realismo al prossimo futuro, anche alla luce della sua esperienza come imprenditore e presidente dell’Associazione bancaria italiana, ruolo che ricopre dal 2013. “Quello in corso verrà ricordato come un anno di transizione, con il calo dei tassi che ha caratterizzato soprattutto l’Eurozona, fornendo una boccata d’ossigeno al sistema economico dell’area, chiamato a dure prove, tra la debolezza della domanda e l’introduzione dei dazi negli Stati Uniti”, è la sua analisi.
Le rilevazioni più recenti sono preoccupanti, a cominciare dalla produzione industriale, risultata in forte calo ad agosto sia in Italia, che in Germania. “Un andamento che preoccupa, soprattutto se si considera che nel corso dell’estate vi è stata una corsa a riempire i magazzini statunitensi, in vista dell’entrata a pieno regime delle tariffe sull’import”, segnala. “Se aggiungiamo che l’indebolimento del dollaro rispetto all’euro penalizza ulteriormente i prodotti made in Europe, ci attende una fase delicata, nella quale i problemi delle imprese rischiano di trasmettersi a cascata sui conti degli istituti di credito”.
Di positivo c’è che i conti delle banche sono solidi come emerso dalle semestrali. "La situazione è variegata e non manca qualche criticità, ma in linea generale i bilanci del settore godono di buona salute”, sottolinea il presidente dell’Abi. Salvo poi sottolineare che questa situazione non giustifica l’ipotesi di tassare i cosiddetti “extraprofitti”, cioè gli utili consistenti generati negli anni dei tassi alti. “La Costituzione stabilisce che tutti sono tenuti a contribuire alla spesa pubblica in ragione della loro capacità contributiva con criteri di progressività. Il mondo bancario e i suoi azionisti pagano complessivamente il 55%, che è un livello elevato”.
In più, segnala, le banche hanno bisogno di generare flussi di liquidità consistenti per finanziare gli investimenti. “Nel 2024, gli istituti presenti in Italia hanno destinato oltre 6 miliardi di euro per rinnovare le proprie infrastrutture tecnologiche e verosimilmente l’anno in corso si concluderà su un livello ancora più elevato. La tendenza non sembra destinata a fermarsi, considerato che all’orizzonte c’è l’introduzione dell’euro digitale”. Un progetto che ha registrato un’accelerazione su impulso della Bce, che ha stimato per il 2027 l’entrata in vigore. “Una soluzione che incrementa la concorrenza e i costi di investimento delle banche rischiando di sottrarre liquidità agli istituti di credito, mentre l’economia in nero è favorita dalle pseudo-valute cibernetiche”, sottolinea Patuelli. Il quale segnala anche l’importanza di rafforzare l’autonomia europea dai circuiti di pagamento elettronici, che sono di matrice americana. "Nel momento in cui cresce la distanza da un alleato storico come gli Stati Uniti, l’Europa è chiamata a investire maggiormente sulla sicurezza e la competitività dell’area. Occorrono regole più flessibili per banche, imprese e famiglie in modo da evitare che gli obiettivi di tutela dei cittadini finiscano con il soffocare le energie positive”.
Infine, uno sguardo al consolidamento bancario, sia in ambito domestico per creare il terzo polo sia come internazionalizzazione. “Se guardiamo al rapporto tra il numero degli abitanti e quello delle banche, l’Italia presenta il numero già più ridotto di banche tra le grandi economie europee, anche per la spinta delle varie riforme che si sono succedute negli anni. Dunque, difficilmente assisteremo ad altre ondate di aggregazioni negli anni a venire”. A meno che, conclude, non vi sia “un cambio di rotta a livello comunitario”.