Se fino a non molto tempo fa gli investitori in cerca di grandi potenzialità di crescita economica guardavano soprattutto alla Cina, adesso il loro sguardo è rivolto altrove, pur rimanendo puntato sempre sul Sud-est asiatico. L’India ha di recente superato la Cina in termini di popolazione e, quel che è ancora più importante, il trend di Nuova Delhi è in crescita, mentre quello di Pechino è in calo. Gli stessi rapporti emergono se si guarda ai rispettivi Pil: nel 2022 quello indiano ha fatto registrare un aumento del 7% contro il 3% di quello cinese. Nel Sud-est asiatico si trovano poi anche Vietnam e Bangladesh che, pur non vantando una popolazione come l’India, hanno molte caratteristiche in grado di attirare l’attenzione di investitori alla ricerca di importanti trend di crescita.
Per indicare questi Paesi si utilizza il termine “mercati di frontiera” per sottolinearne le differenze rispetto ai cosiddetti “mercati emergenti”, anche se rientrano a tutti gli effetti anche in questa categoria. Soprattutto da un punto di vista finanziario il loro sviluppo è in una fase meno avanzata rispetto a Cina, Brasile, Sudafrica e agli altri Paesi con cui i risparmiatori occidentali hanno iniziato a prendere una certa confidenza negli ultimi anni. Se l’India è inclusa nel più importante Msci Emerging Markets, seppur relegata in terza posizione in termini di importanza dietro a Cina e Taiwan, per i mercati più piccoli l’indice di riferimento è l’Msci Frontier Markets, di cui fanno parte in tutto 28 Paesi.
I criteri di inclusione sono sostanzialmente tre: ci sono le nazioni a un livello di sviluppo considerato inferiore rispetto a quello dei classici mercati emergenti come per esempio il Kenya o il Vietnam, ci sono poi nazioni piccole a un livello relativamente sviluppato, come per esempio l’Estonia, ma considerate di dimensioni troppo ridotte per essere incluse nella lista dei mercati emergenti, e ci sono infine nazioni con restrizioni sugli investimenti che stanno iniziando ad aprirsi agli standard occidentali.
Va da sé che ad alte potenzialità di rendimento sono associati altrettanto alti rischi. In questo caso più che mai. E le recenti vicissitudini del gruppo indiano Adani ne sono la dimostrazione. La holding del magnate Gautam Adani ha perso il 75% del proprio valore borsistico nei primi tre mesi di quest’anno in seguito alle accuse di aver artificialmente gonfiato le quotazioni mosse nei suoi confronti da parte della società di investimenti statunitense Hindenburg Research.