Le riforme che si sono succedute nel corso degli anni non basteranno, almeno nel medio-lungo periodo. Già oggi la spesa pensionistica italiana è tra le più alte al mondo, pari a oltre il 15% del Pil e nel 2040, dovrebbe salire di altri tre punti. Questo mentre in Germania è attesa in progresso dal 10 al 12% e in Francia dovrebbe rimanere ferma al 15%. Più di altri, paghiamo l’incidenza delle pensioni calcolate con il metodo retributivo (in base cioè ai versamenti limitati agli ultimi anni di carriera), che peseranno sui conti dell’Inps ancora per decenni. Il tutto a fronte di un’economia che cresce a stento, anche a causa dell’enorme debito pubblico (139,8% a fine 2023, con l’Ocse che stima un’impennata fino al 180% nel 2040), che succhia risorse altrimenti destinabili alla riduzione delle imposte o al finanziamento dello sviluppo.
In questo scenario emergono i limiti strutturali del sistema a ripartizione, in virtù del quale il gettito derivante dai contributi dei lavoratori è destinato a finanziare le pensioni erogate nel medesimo periodo. Questo meccanismo non offre alcuna garanzia sulla sua sostenibilità anche in futuro, a differenza del sistema a capitalizzazione, in virtù del quale i contributi versati dai lavoratori vengono investiti sul mercato dei capitali. Di conseguenza, ognuno riceverà come pensione quello che ha versato più il suo rendimento sul mercato. Ovviamente non possono esservi certezze in merito al “se” e al “quanto” della seconda componente, anche se l’esperienza storica indica che nel lungo termine i mercati finanziari tendono a salire. Il sistema a capitalizzazione è quello tipico della previdenza complementare. Il fondo pensione non utilizza le risorse degli associati per finanziare altre prestazioni e i singoli lavoratori hanno la possibilità di accumulare riserve personali per la pensione integrativa e di gestire autonomamente i propri investimenti.
Eppure, a 30 anni dall’introduzione della normativa sulla previdenza complementare, quest’ultima non decolla. Le posizioni aperte sono 10,7 milioni (è possibili aprirne più di una) a fronte di poco meno di 24 milioni di lavoratori. I giovani di oggi saranno quelli maggiormente penalizzati al momento della quiescenza, ma oggi la loro principale preoccupazione è garantirsi carriere regolari e stipendi dignitosi, più che mettere da parte risorse per la pensione di là a venire. Da qui le proposte di diversi analisti per introdurre nuove agevolazioni fiscali in favore della previdenza complementare, il che vorrebbe comunque dire iniettare nuove risorse pubbliche a fronte di un bilancio dello Stato già in sofferenza.
Pensioni e gender gap come frenare le disparità
Retribuzioni più basse a parità di mansioni e anzianità. Minori possibilità di carriera, soprattutto a causa degli squilibri di coppia nella gestione degli impegni familiari. Maggiore ricorso al part-time (spesso involontario) e carriere discontinue, soprattutto in caso di maternità. Questo insieme di fattori penalizzanti per le donne si ripercuotono sugli assegni pensionistici, con quelli in rosa che ammontano in media a 1.242 euro al mese contro i 1.714 euro degli uomini. I dati, che arrivano dall’ultimo Osservatorio Inps, confermano un gap che nel corso degli anni si è mantenuto sostanzialmente stabile tra poco meno e poco più del 30%. Con il risultato che le donne sono state il 51,7% dei pensionati italiani, ma percepiscono solo il 44% dell’importo lordo complessivamente erogato per le pensioni.
Detto che le cause del gender gap si trascinano da decenni, quali le possibili soluzioni quanto meno per ridurre il differenziale? Sono essenzialmente due ed entrambe fanno riferimento all’iniziativa individuale. Da una parte si può percorrere la strada della previdenza complementare, mettendo da parte anche piccole somme mensili con l’obiettivo di costruirsi una rendita aggiuntiva al momento della quiescenza; dall’altra non resta che migliorare la propria cultura finanziaria per pianificare al meglio gli investimenti, con un’ottica di lungo periodo.
Diverse indagini hanno evidenziato che spesso la gestione dei risparmi familiari viene delegata all’uomo e questo contribuisce a limitare l’indipendenza economica delle donne. Quali sono i bisogni e gli approcci delle donne al mondo degli investimenti? Le ricerche in materia evidenziano una maggiore prudenza nell’assunzione dei rischi, ma anche una predisposizione maggiore ad adottare un orizzonte di lungo termine. Detto dello scenario, ai consulenti spetta la responsabilità di cercare linguaggi e modalità adatti a entrare in sintonia con le investitrici, che è anche un’opportunità per ampliare il parco clienti.