"L’obiettivo è sviluppare e migliorare le pensioni complementari, in modo da integrare gli assegni pubblici". Con queste parole, a metà marzo la Commissione europea ha indicato la volontà di spingere sulla previdenza complementare nell’ambito della Savings and Investments Union (Siu), strategia che – tra le altre cose – punta anche all’introduzione di conti correnti ad alto rendimento grazie all’introduzione di facilitazioni fiscali. In attesa di dettagli sul piano, il tema è caldo anche a livello nazionale, dove da tempo si cercano soluzioni per incrementare il numero di iscritti a fondi pensione. Nella consapevolezza che, tra allungamento della vita media e denatalità, sempre meno il welfare pubblico sarà in grado di assicurare assegni pensionistici adeguati. Senza dimenticare che nei Paesi in cui questi fondi sono ampiamente sviluppati, gli stessi operano a supporto dell’economia reale grazie al loro ruolo di investitori di lungo periodo, anche su asset illiquidi o su Pmi dal rendimento tendenzialmente più volatile, ma anche più profittevole nel tempo.
Già oggi, il tasso di sostituzione (cioè il rapporto tra ultimo stipendio e assegno pensionistico) è intorno al 68%, ma entro quindici anni dovrebbe scendere di circa dieci punti percentuali, per attestarsi intorno al 50% a metà secolo. Questo senza considerare che già oggi l’Italia spende per le pensioni il 15% del Pil (cioè della ricchezza prodotta ogni anno nella Penisola) e la quota è destinata a crescere ulteriormente. Altri Paesi sono messi un po’ meglio, ma neanche troppo: quest’anno la Germania dovrebbe attestarsi al 13%, mentre la Francia è poco sotto i nostri livelli. Risorse importanti, che vengono sottratte risorse ad altre voci del welfare come istruzione e famiglia.
Da qui la necessità di favorire il decollo della previdenza complementare che, secondo le rilevazioni della Covip (l’autorità di vigilanza sui fondi pensione), a fine 2024 contava 11,1 milioni di posizioni in essere (ricordando che è possibile aprirne più di una) a fronte di poco meno di 24 milioni di lavoratori totale. In sostanza, la maggioranza continua a lasciare i propri contributi all’Inps.
Eppure, il legislatore favorisce la scelta in favore della previdenza complementare, che può assumere tre forme: fondi pensione negoziali (istituiti tramite contratti collettivi nazionali), fondi pensione aperti (accessibili a tutti i lavoratori) e Piani individuali pensionistici (polizze assicurative a fini previdenziali). Chi opta per queste soluzioni può contare in primo luogo sulla deducibilità dei contributi: i versamenti effettuati, inclusi quelli per i familiari a carico, possono abbattere il reddito fino a 5.164,57 euro annui. Inoltre, i rendimenti maturati dagli investimenti di fondi e polizze vengono tassati al 20%, aliquota agevolata rispetto a quella ordinaria, che ammonta al 26%. Infine ci sono vantaggi in merito alla tassazione delle prestazioni: le somme erogate al pensionamento sono soggette a un prelievo fiscale che va da un massimo del 15% a un minimo del 9%, andando a premiare i contribuenti di lungo corso. Nei mesi scorsi è stata proposta la reintroduzione del meccanismo del "silenzio-assenso" per il conferimento del Trattamento di fine rapporto ai fondi pensione. Questo meccanismo prevede che, in assenza di una scelta esplicita da parte del lavoratore entro sei mesi dall’assunzione, il Tfr venga automaticamente destinato alla previdenza complementare. L’emendamento non è poi stato approvato, ma il tema resta sul tavolo.