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(ansa)

Cena a casa Marchionne

Pubblichiamo un estratto del libro del giornalista di Bloomberg Tommaso Ebhard che racconta la vita del manager
5 minuti di lettura
Cambiare o morire: confessioni in Michigan
13 gennaio 2018

Sabato 13 gennaio è una giornata luminosa, nuvole veloci corrono nel freddo cielo azzurro di Detroit, si riflettono sul fiume, baciano i vetri oscurati dei grattacieli di Downtown. Arrivare al Renaissance Center e sentirsi a casa dopo quarantotto ore di viaggio interminabile, la nebbia che mi blocca una notte a New York, il rischio di non fare in tempo, tensione e noccioline in sala d’attesa.
 

Lo speciale di Rep: Un anno senza Marchionne


Sono dieci anni che aspetto questo momento, non posso perdermelo per nessuna ragione al mondo. L’uomo col maglione ha capitolato. «Non è mai stato a casa nostra a Detroit? La aspetto prima del salone», mi dice a Torino a dicembre, dopo che gli faccio scoprire Andiamo a comandare sul suo telefonino.
«Ma chi cazzo è ’sto Rovazzi che fa impazzire suo figlio?»
«Eccolo. Senta, vengo molto volentieri, ma questa volta mi con…
Cambiare o morire: confessioni in Michigan
13 gennaio 2018

Sabato 13 gennaio è una giornata luminosa, nuvole veloci corrono nel freddo cielo azzurro di Detroit, si riflettono sul fiume, baciano i vetri oscurati dei grattacieli di Downtown. Arrivare al Renaissance Center e sentirsi a casa dopo quarantotto ore di viaggio interminabile, la nebbia che mi blocca una notte a New York, il rischio di non fare in tempo, tensione e noccioline in sala d’attesa.
 

Lo speciale di Rep: Un anno senza Marchionne


Sono dieci anni che aspetto questo momento, non posso perdermelo per nessuna ragione al mondo. L’uomo col maglione ha capitolato. «Non è mai stato a casa nostra a Detroit? La aspetto prima del salone», mi dice a Torino a dicembre, dopo che gli faccio scoprire Andiamo a comandare sul suo telefonino.
«Ma chi cazzo è ’sto Rovazzi che fa impazzire suo figlio?»
«Eccolo. Senta, vengo molto volentieri, ma questa volta mi concede un’intervista on the record.»
«Va bene, va bene...»
SM è di parola, nonostante le pressanti richieste del suo team di comunicazione a cui non pare una grande idea dare un’intervista a un reporter di Bloomberg il giorno prima di una conferenza stampa con centinaia di giornalisti in arrivo da tutto il globo. Mi continuano a chiamare per dissuadermi, è solo una cena informale, niente interviste, ci provano. Non posso, non voglio mollare, me la giocherò fino in fondo confidando nella parola data da un abruzzese-istriano!

Sono sudato, emozionato, e non so cosa portare a cena a uno che ha tutto e anche di più. Alla fine gli stampo la prima agenzia che Bloomberg gli ha riservato il giorno del suo arrivo a Torino, il 1° giugno 2004:
Fiat Names Marchionne of SGS as New Chief Executive
By Andrew Davis and Alina Trabattoni
June 1 (Bloomberg) – Fiat SpA, Italy’s largest manufacturer, named Sergio Marchionne, head of Swiss-based SGS SA, as its fifth chief executive officer in two years. Marchionne, 51, a Fiat director, will replace Giuseppe Morchio, 56, who quit Sunday after the billionaire Agnelli family refused to make him chairman too. Fiat shares rose as much as 4.3 percent in Milan before the announcement.


Un’era geologica fa. Siamo arrivati ai titoli di coda, il North American International Auto Show che comincia lunedì sarà l’ultimo da CEO pienamente in charge di Fiat Chrysler. La prima volta che si è recato al Cobo Center come numero uno di Fiat era il 2005. Il gruppo italiano non era ovviamente presente, solo Ferrari metteva in mostra i suoi gioielli al pubblico americano. Sergio era venuto a Detroit dopo un fine settimana
passato dalla madre a Toronto. Si è messo in coda per fare l’accredito.
«La sua qualifica?»
«Amministratore delegato.»
«Società?»
«Fiat SpA.»
Con i suoi abiti dozzinali e la borsa a tracolla, si è messo a girare tra gli stand. Quando è arrivato in quello di Ferrari per bersi uno dei suoi innumerevoli espresso non l’hanno riconosciuto, come racconta Bianca Carretto sul Corriere della Sera. Un mese dopo sarebbe tornato dagli Stati Uniti con in tasca un assegno da 2 miliardi di dollari firmato da GM, cambiando la sua storia e quella di Fiat per sempre.

Quando gira per il salone negli ultimi anni ha un fare quasi papale. Tutti lo fermano, lo baciano, lo abbracciano, vogliono salutarlo, una foto, un consiglio. Un codazzo lo segue mentre lui cammina veloce, due guardie del corpo a controllarlo discretamente. Una star hollywoodiana, capannelli di giornalisti si creano ogni volta che si ferma da qualche parte, reporter che corrono, telecamere, fari, tutti a chiedergli uno dei suoi commenti graffianti, la sua visione out of the box, e lui che a Detroit si concede.

Una Jeep nera mi aspetta fuori dai grattacieli, di fronte al fiume. Il Renaissance Center, ideato e costruito da Henry Ford II per ridare vita alla MoTown nei primi anni Settanta, poi acquistato da General Motors due decenni dopo per farne il proprio quartier generale, sta rifiorendo per davvero. Nuovi negozi, caffetterie biologiche, il ristorante italiano dove poche stagioni fa trovavi solo serrande abbassate e desolazione.
Negli anni della grande crisi finanziaria era diventato addirittura pericoloso girarci da soli, negli orari meno frequentati. Rischiavi di essere rapinato nello stesso edificio in cui Mary Barra tiene i consigli di amministrazione e dove Ronald Reagan ottenne la nomination alla corsa presidenziale per il Partito repubblicano.

Nel gennaio 2018, il Renaissance Center celebra il ritorno ai successi dell’auto a stelle e strisce, pick-up GM in bella mostra al piano terra accanto a un’auto elettrica con la spina per la ricarica. Elettrica, connessa, autonoma, senza guidatore, l’auto – emblema dello straordinario boom industriale che ha permesso all’America di diventare la più grande potenza mondiale del Ventesimo secolo – cerca il modo di non perdere la sua centralità nell’era della tecnologia. Una rivoluzione copernicana di cui si stanno gettando solo le prime fondamenta. Eppure non è fantascienza immaginare il giorno in cui con un’app sul cellulare chiamerai il tuo taxi robot per farti portare in ufficio o i tuoi figli andranno da soli all’allenamento di calcio in una self-driving car. A Phoenix, in Arizona, lo fanno già le Chrysler Pacifica di Waymo. Ti siedi e ti fai trasportare, il volante ruota da solo, si ferma a semafori e stop, evita gli ostacoli e ti fa sentire più sicuro che con uno dei tanti tassisti spericolati o genitori infuriati con la mano sul clacson. Lasciamo il centro e ci dirigiamo verso la casa del Boss. Raggiungiamo la zona dei laghi, i prati innevati e poche macchine in giro. Ci fermiamo davanti a un cancello nero. Imbocchiamo un lungo vialetto che porta fino a una casa in stile coloniale con grandi vetrate che danno sul lago.

«Si accomodi», m’invita a entrare SM, vestito con una semplice polo nera. È rilassato e stanco dopo una settimana estenuante a Auburn Hills a rivedere numeri e progetti per il suo ultimo anno in sella. Giornate da quindici ore al giorno di meeting e lavoro di cui, di colpo, ha iniziato a sentire il peso. Mi aspetta in un ampio salone, stuzzichini sul tavolo, un camino acceso e musica jazz che si diffonde nell’aria. L’acustica è perfetta, i sistemi audio sono una delle sue passioni. L’atmosfera è molto intima e per nulla formale. Manuela esce da una grande cucina dove ci sta preparando la cena. Sergio apre una bottiglia di vino bianco. Mike Keegan, uno dei «Marchionne boys» americani della prima ora che in quel periodo è a capo della comunicazione, siede dall’altra parte del divano. SM ha in mano il suo nuovo iPad, da Apple freak non si fa mai mancare gli ultimi
modelli della casa di Cupertino.

«Adesso facciamo suonare il piano.» Al centro della sala inizia magicamente a suonare un vecchio pianoforte restaurato. I tasti si alzano e si abbassano, si azionano i martelletti e le corde vibrano. Non c’è nessuno a suonarlo, fa tutto da solo. SM ne ha visto uno in azione all’aeroporto di Detroit e lo ha fortemente voluto nella sua mansion americana. Le luci soffuse, il piano che suona Norah Jones, fuori la neve e il lago ghiacciato. Quel pianoforte è un regalo delle sue prime linee americane per i suoi sessant’anni. Ha un valore simbolico, è stato recuperato dall’Art School Music Center che ha chiuso i battenti nel 2007. È uno Steinway Baby Grand Piano ultracentenario sui cui tasti hanno imparato a suonare generazioni di giovani musicisti dell’Art School. È stato dipinto di nero, ma la corrosione del tempo ha fatto emergere in alcune parti la sua anima, il suo colore originario. Marchionne lo ha fatto restaurare e, come con Chrysler, è riuscito a farlo tornare allo splendore di un tempo. Ci ha aggiunto il meccanismo per farlo suonare da solo e ora sembra ci sia un fantasma nella stanza a farci ascoltare i suoi virtuosismi.

Il manager si guarda attorno. È una grande villa, per la coppia Sergio e Manu, che, alla fine, ne usa poche stanze. Ci sediamo a tavola e parliamo di tutto, del passato, del presente, del futuro suo e dell’azienda che ha creato. È la prima volta che mi rendo conto che non ha nessuna intenzione di tornare indietro sulle sue scelte. Un capitolo fondamentale della sua vita sta per finire, è consapevole che è chiaramente arrivato il momento di cambiare. Quindici anni di battaglie, sempre in trincea, da un lato un azionista di controllo che fa le scelte, lui a sistemare situazioni disperate, a rilanciare ogni volta, centinaia di problemi diversi da risolvere ogni giorno, in ogni parte del globo, e il rammarico per non aver fatto il gran deal finale con GM, per non aver provato quell’offerta ostile che lui credeva potesse andare in porto.

È una serata in famiglia, nessun cameriere a servirci la cena. Sergio sparecchia. Lo accompagno in cucina a vedere se le capesante sono pronte. Da buon padrone di casa italiano, mi fa fare il giro per tutte le stanze della sua dimora. Noto una maglia della Juventus con il numero 60 e la scritta sergio, firmata da John e dagli altri Agnelli per i suoi sessant’anni.

Dopo una cena a base di pesce, tiro fuori il mio taccuino e il registratore. «Lei mi può chiedere quello che vuole, e quello a cui non posso rispondere glielo dico e non rispondo.» Quella notte – quando iniziamo a parlare sono le 22.30 a Detroit, le 3.30 del mattino in Italia – Marchionne mi lascia la sua visione su quale direzione stia prendendo il mondo dell’auto, la mobilità più in generale.

«Le posso dire dove vedo andare il nostro mondo. Tra dieci anni, la possibilità che i motori a scoppio rappresentino ancora la stragrande maggioranza dei propulsori è molto bassa.» L’era del motore a combustione interna, dopo oltre un secolo, si avvia alla scomparsa.

(Estratto dal capitolo 16 di Sergio Marchionne di Tommaso Ebhardt edito da Sperling & Kupfer)