"Eni ricaverà biocarburanti valorizzando l'agricoltura"

"Eni ricaverà biocarburanti valorizzando l'agricoltura"
L'accordo con sette Paesi africani punta a recuperare territori abbandonati, dare reddito ai contadini locali e tutelare le colture destinati all'alimentazione
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Produrre biocarburanti sfruttando l'enorme potenziale degli oli vegetali ottenuti dalla spremitura dei semi di ricino, cotone, croton, brassica e camelina. Passa da qui la strategia di Eni, integrata nel proprio modello di business, per accelerare la decarbonizzazione dei trasporti. Strategia che prevede di aumentare complessivamente la capacità di produzione delle bioraffinerie del cane a sei zampe dagli attuali 1,1 milioni di tonnellate a 2 milioni al 2025 e a 6 milioni al 2035, rinunciando già a partire dall'anno prossimo, in largo anticipo rispetto alla direttiva Ue, all'olio di palma a cui oggi è legato in parte il processo produttivo dei bio-carburanti.

Per riuscirci, l'azienda ha firmato accordi in 7 paesi - Kenya, Congo, Angola, Benin, Costa d'Avorio, Mozambico e Ruanda - e ha avviato sperimentazioni e studi di fattibilità in altre nazioni, tra cui Italia e Kazakistan - con l'obiettivo di sviluppare filiere di agri-feedstock, materia prima necessaria per la produzione dei biocarburanti con cui alimentare il sistema di bioraffinazione degli impianti Eni di Marghera e Gela.

"Puntiamo a coprire il 35% dell'approvvigionamento delle nostre bioraffinerie entro il 2025, grazie all'integrazione verticale della filiera degli agri-feedstock e del waste&residue, cioè di rifiuti e scarti alimentari", premette Luigi Ciarrocchi, direttore Ccus, forestry e agri-feedstock di Eni. Qual è il modello di business del gruppo? "Si compone di due parti: nella prima, stipuliamo accordi con gli agricoltori che producono sui propri terreni le colture che ci interessano. In più, forniamo sementi adatte, mezzi moderni, corsi di formazione e supporto tecnico per farlo nel migliore dei modi. La seconda parte consiste invece nell'industrializzazione del processo, fase in cui Eni entra in gioco direttamente con la costruzione di grandi agri-hub, ovvero frantoi, attraverso i quali l'azienda sarà in grado di produrre oli vegetali per alimentare le sue bioraffinerie, mangimi e bio-fertilizzanti, contribuendo a promuovere la sicurezza alimentare", risponde Ciarrocchi.  

Luigi Ciarrocchi, direttore Ccus, forestry e agri-feedstock di Eni
Luigi Ciarrocchi, direttore Ccus, forestry e agri-feedstock di Eni 

I progetti agri-feedstock, sviluppati dall'azienda, sono in linea con i più alti standard europei e internazionali di certificazione e non incidono né sulle coltivazioni alimentari esistenti, come cereali o canna da zucchero, né sulle risorse forestali. "Tutti i progetti Eni hanno la certificazione low-ILUC con cui garantiamo che le nostre produzioni agricole siano a basso rischio di cambiamento diretto e indiretto della destinazione d'uso dei terreni", puntualizza Ciarrocchi.

I terreni individuati per la coltivazione in Africa sono per lo più aree abbandonate o degradate, a causa di fenomeni quali desertificazione, erosione, siccità e inquinamento. "Il modello di business dei progetti è virtuoso perché consentirà di valorizzare queste aree generando importanti ricadute sugli agricoltori sia dal punto di vista produttivo che occupazionale. Al 2030, l'obiettivo è di produrre più di 800mila tonnellate di olio vegetale all'anno e garantire lavoro fino ad un milione di famiglie", sottolinea il referente di Eni.

Al momento, i progetti più avanzati nel continente africano sono in Kenya e Congo. "Il progetto in Kenya è partito a luglio 2021, con la firma di un memorandum d'intesa con il governo. Entro il 2022 avvieremo il primo agri-hub con una capacità di 10mila tonnellate all'anno, entro il 2023 ne costruiremo un altro di dimensioni più grandi. Nella prima fase del progetto, si prevede una produzione di circa 30.000 tonnellate all'anno di olio vegetale, mentre nella seconda, quando saremo a pieno regime, abbiamo l'obiettivo di raggiungere 200.000 tonnellate all'anno. Intanto, ad oggi, abbiamo fatto un accordo con 25mila agricoltori ed avviato la raccolta di semi di croton e di cotone", dice Ciarrocchi.

Sempre in Kenya, Eni sta portando avanti la raccolta dell'olio di cucina esausto (Uco), sostanzialmente olio fritto, coinvolgendo catene di fast food, ristoranti e alberghi. "Stiamo sensibilizzando gli operatori economici sui benefici ambientali e sanitari del corretto smaltimento dell'Uco, promuovendo la cultura del riciclo e la creazione di una catena del valore che genera reddito da un rifiuto", afferma il direttore. Così come in Kenya, anche nella Repubblica del Congo il progetto agri-feedstock punta sul ricino. "Dopo la firma del protocollo d'intesa lo scorso ottobre, abbiamo avviato una fase pilota che ci ha permesso di definire un piano industriale con l'inizio della produzione già l'anno prossimo. Nel Paese stiamo infatti iniziando la costruzione di un primo agri-hub da 20.000 tonnellate all'anno di olio vegetale. Proseguiremo con la costruzione di altri agri-hub ed entro il 2026 prevediamo di raggiungere una produzione di 150.000 tonnellate di olio all'anno con ben 90.000 addetti ai lavori nella filiera agricola", conclude Ciarrocchi.