Per cavalcare il processo di trasformazione digitale, le imprese hanno bisogno di aprirsi alle nuove tecnologie, come Intelligenza artificiale e Internet of Things, e di dotarsi delle competenze necessarie a utilizzarle. Eppure, nonostante le capacità economiche di un Paese che è tra i principali in Europa per Pil, siamo ancora indietro su questo piano. Lo indica il Desi, l'indice Ue che monitora le prestazioni digitali degli Stati membri e che colloca l'Italia al 18° posto su 27: scontiamo ritardi nella diffusione di tecnologie legate a big data e Ai, e la percentuale di specialisti digitali nella forza lavoro della Penisola è inferiore alla media del Vecchio Continente. Bisogna quindi intervenire sul problema della mancanza di competenze, ma anche cambiare i modelli organizzativi delle aziende, in un contesto che vede la tecnologia evolversi e semplificarsi, diventando più accessibile anche alle pmi.
Temi che sono stati al centro del talk organizzato da Repubblica con Lenovo, un approfondimento sullo stato dell'adozione delle tecnologie digitali. Queste "sono diventate elastiche, vanno bene per piccole e grandi aziende. Devono essere considerate come un asset, non come un costo: inoltre, le soluzioni as a service, come il cloud, hanno abbassato le barriere di ingresso: anche la piccola e media impresa può accedere alle risorse computazionali migliori del mondo in proporzione ai suoi fabbisogni", ha spiegato Carlo Alberto Carnevale Maffè, professore associato di Strategia alla Sda Bocconi School of Management, durante il talk. Bisogna lavorare sui processi manageriali, le aziende devono abbracciare queste nuove tecnologie: così “possono aumentare la loro produttività e diventare più attrattive per i giovani talenti".
Un metodo che stimola l'innovazione e che porta a rivedere i programmi di formazione. "La scuola e l'università devono rinsaldarsi con il mondo delle aziende. Dobbiamo ripensare i curricula: non abbiamo istituzionalizzato l'approccio alle tecnologie nel ciclo formativo", ha continuato il professore, sottolineando che si tratta di "un tema di democrazia e di partecipazione", un "elemento di cittadinanza", perché "se la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro, non c'è lavoro senza tecnologia".
Rafforzare i rapporti tra scuola e imprese è fondamentale: un esempio è il caso di Ducati. Nel distretto della Motor Valley, l'azienda ha sviluppato alcuni programmi con le università: "Dopo aver ricevuto una formazione più astratta, i giovani talenti arrivano in produzione e imparano seguendo il nostro approccio", ha spiegato Massimiliano Bertei, Cto della società, intervenendo nel talk, aggiungendo che queste collaborazioni sostengono anche la "ricerca sulla tecnologia, che è motoristica ed elettronica insieme. Stiamo lavorando sull'IoT e sul deep learning, innovazioni che consentiranno di fare un grande balzo nella produzione dei nostri motoveicoli". Progressi resi possibili anche dai servizi tecnologici offerti da provider come Lenovo: "Il servizio TruScale è stato abilitante per noi su tutto ciò che è il cluster di calcolo, cioè la tecnologia che va a mutuare la galleria del vento, quindi la fluidodinamica del mezzo nell'aria, come si sposta e come reagisce. Questa serie di calcoli ha dei picchi, e se non avessimo questa tecnologia, dovremmo aspettare dei tempi più lunghi di risposta".
Il circolo virtuoso che si realizza tra grandi aziende, università e startup permette di creare valore, secondo Marco Gay, presidente dell'incubatore di startup Digital Magics e di Anitec-Assinform (Associazione italiana per l'Information and Communication Technology). Nel corso del talk, l'esperto ha spiegato che non basta investire nell'hardware: "Bisogna estrarre valore aggiunto e questo si fa con le competenze". Per questo, ha aggiunto, "da qui ai prossimi dieci anni serve una visione, una politica industriale per il digitale sulle competenze". Le potenzialità non ci mancano: "Dal punto di vista della nostra azienda, abbiamo 34 corporate a bordo dei nostri programmi di innovazione e accelerazione; abbiamo inoltre una visione su 3500 startup all'anno, e di queste ne selezioniamo 60 che accedono ai nostri programmi", ha raccontato, sottolineando che siamo un Paese molto attrattivo: "Il 30% delle candidature ai nostri programmi di accelerazione arrivano dall'estero”. Anche le pmi fanno parte della partita della svolta tecnologica: "Per le piccole e medie imprese siamo arrivati al momento della consapevolezza”, considerando che sono inserite in filiere che richiedono un certo grado di avanzamento tecnologico. Certo, la Penisola ha perso delle opportunità in termini di produttività, ha continuato Gay, "ma le nostre pmi e le nostre aziende sono leader di filiera, esportano più che mai, e il brand Made in Italy, dove c'è il valore aggiunto della tecnologia, è quello che traina tutti i settori".