“Io sono me più il mio ambiente e, se non preservo quest’ultimo, non preservo me stesso”, osservava il filosofo Josè Ortega y Gasset. Una massima attuale, dopo che la pandemia e gli effetti del cambiamento climatico hanno messo in luce la stretta interconnessione tra la salute dell’uomo e quella del contesto nel quale viviamo. Diversi esperti hanno evidenziato come tutte le attività che causano una perdita di biodiversità, dagli allevamenti intensivi alla deforestazione, aumentano il rischio del trasferimento di potenziali agenti patogeni dagli animali agli esseri umani. A questo si aggiungono gli effetti nefasti del cambiamento climatico in atto, tema al centro delle discussioni a Cop28, la Conferenza annuale dell’Onu sul tema, che si è da poco conclusa a Dubai. L’Organizzazione mondiale della sanità, nel report “2023 review of health in nationally determined contributions and long-term stategies”, evidenzia che questo fenomeno sta già danneggiando la salute e il benessere umano: sono infatti in crescita le malattie causate da eventi climatici estremi.
Qualche esempio? L’aumento delle patologie cardiovascolari causato dal caldo torrido o i nuovi rischi legati alla malaria: i cambiamenti di temperatura, umidità e precipitazioni possono influenzare il comportamento e la sopravvivenza della zanzara Anopheles, portatrice della malattia. Dal report emerge che sono stati compiuti progressi significativi attraverso gli Ndc (Nationally determined contributions), ovvero gli obiettivi climatici che le nazioni si sono date per contribuire a mantenere la crescita della temperatura globale entro i due gradi Celsius. "Il 91% degli Ndc disponibili ora include considerazioni sulla salute, rispetto al 70% di quelli che le riportavano nel 2019”, si legge nel rapporto. Allo stesso tempo, sottolinea Maria Neira, direttrice del dipartimento ambiente, cambiamenti climatici e salute dell’Oms, “abbiamo bisogno di vedere questi impegni aumentare, accelerare ed essere adeguatamente finanziati per garantire una risposta equa che protegga la salute, il pianeta e i mezzi di sussistenza delle generazioni attuali e future”.
In questo scenario, l’Italia, per la sua posizione a ponte tra Nord Africa ed Europa, è particolarmente interessata dalle modifiche legate all’ambiente. La società italiana di pediatria ha di recente evidenziato come il clima umido e le lunghe stagionalità calde stiano incrementando l’insorgenza di malattie infettive trasmesse da vettori. Si tratta di un tema rispetto al quale gli italiani mostrano un’accresciuta consapevolezza. Secondo uno studio della ong Amref Italia, il 90% è preoccupato perché pensa che il cambiamento climatico rappresenti una grave minaccia per il mondo intero, soprattutto per la salute globale degli individui. Secondo gli intervistati, le peggiori conseguenze sul nostro pianeta si avranno a causa dell’aumento delle ondate di calore e dell’innalzamento delle temperature.
Grafico a cura di Silvano Di Meo
Lo studio “The global costs of extreme weather that are attributable to climate change”, pubblicato sulla rivista Nature, stima in circa 135 miliardi di euro all’anno il costo socio-economico globale degli eventi meteorologici estremi dovuti alla crisi del clima. Mentre, guardando solo all’Italia, gli eventi estremi come alluvioni, tempeste, ondate di calore, siccità e incendi hanno causato negli ultimi dieci anni danni per 35 miliardi di dollari, sottolinea la società assicuratrice Munich Re. Non è dunque un caso che abbia iniziato a farsi strada il concetto di “one health” o “medicina unica”, in base al quale la salute dell’uomo, degli animali domestici e selvatici, delle piante e dell’ambiente in generale (compresi gli ecosistemi) sono strettamente collegati e interdipendenti.
Il primo a parlare di “medicina unica” è stato nel diciannovesimo secolo lo scienziato tedesco Rudolf Virchow, il quale sosteneva che fra salute umana e salute animale non ci fossero linee di demarcazione. Il concetto è tornato poi alla ribalta negli anni Duemila con l’irruzione dell’influenza aviaria, quando le principali istituzioni internazionali hanno incoraggiato i governi nazionali ad adottare e sviluppare il concetto di one health, consolidando i legami fra i sistemi sanitari umani e veterinari, per migliorare la preparazione nei confronti dei rischi pandemici.
Grafico a cura di Silvano Di Meo
L’idea alla base è dunque di affrontare in modo olistico le minacce per la salute, riunendo esperti di vari ambiti (medici, veterinari, epidemiologi, etologi ed esperti di salute pubblica) per mettere a punto nuovi sistemi di sorveglianza delle malattie. In questo modo, molti Paesi sono riusciti a rispondere ad alcune infezioni zoonotiche, ovvero che possono essere trasmesse direttamente o indirettamente tra gli animali e l’uomo. Ad esempio, la coalizione di forze fra governi, agenzie di ricerca, esperti in salute umana, animale e ambientale negli anni Novanta ha permesso di contenere le infezioni di salmonellosi portate dal consumo di pollame nel Regno Unito. E, ancora, va annoverato lo sforzo tuttora in corso per contenere i danni dell’antibiotico-resistenza in Europa attraverso la condivisione di informazioni e buone pratiche tra i diversi soggetti coinvolti, dagli ospedali agli impianti di produzione alimentare.