Potere illimitato della scienza, governance dei dati e inclusione sociale. Tre fattori che, nel bene o nel male, possono cambiare il destino della transizione ecologica accelerando, frenando o addirittura destabilizzando il processo di trasformazione sostenibile della nostra società, del nostro modo di produrre, consumare e lavorare. Purtroppo, almeno per ora, i fatti dimostrano che questa nuova visione socioeconomica del mondo rischia seriamente di implodere, perché se da un lato lo sviluppo tecnologico sta evolvendo rapidamente, dall’altro la società non sta procedendo con lo stesso passo.
Siamo in ritardo anche sulla governance dei dati: cioè sui processi, standard e metriche che permettono a qualsiasi organizzazione privata e pubblica di misurare i propri progressi sulla sostenibilità. Il modus operandi esistente utilizza pochi dati, a volte sbagliati, e modelli di analisi semplicistici. A cascata, se le strategie per gestire l’innovazione tecnologica e ridurre al minimo l’impatto sociale di questa trasformazione risultano ancora poco chiari, diventa difficile costruire comunità e ambienti di lavoro davvero inclusivi.
In questo scenario, in continua evoluzione, le risposte per evitare la tempesta perfetta arrivano dai contributi di oltre 50 esperti internazionali di cultura, scienza, filosofia, economia e sociologia che si sono riuniti l’11 ottobre alle Procuratie Vecchie a Venezia per una giornata di studio e di riflessioni (“Origins of Futures”), organizzata da Edison e curata da Freddy Paul Grunert, in collaborazione con Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Fondazione Edison e con il patrocinio del Comune di Venezia, di Fondazione Venezia Capitale Mondiale della sostenibilità e di Confindustria Veneto.
Studi e riflessioni che, prima dell’intervento dell’ex premier e presidente della Commissione europea Romano Prodi, si sono articolati in ambiti importanti per la società, analizzati da 4 gruppi di lavoro: innovazione e progresso sostenibile, comunità e connessioni, conoscenza e inclusione, immaginari e fiducia. In particolare, il primo ambito, analizzato da 13 esperti, rappresenta la chiave e il collante per evolvere nei successivi tre, considerato che è dagli investimenti in educazione e formazione che dobbiamo partire se vogliamo cambiare il nostro paradigma nei confronti dell’innovazione.
Cosa che al momento non avviene nei 27 singoli Paesi Ue, o almeno non in tutti, vista la scarsa disponibilità di lavoratori con competenze matematiche, scientifiche, tecnologiche e digitali (Stem) in tutti i settori chiave della transizione ecologica e energetica. Secondo le stime della Commissione europea, pubblicate nel rapporto “Strategic Foresight 2023”, la riduzione del divario di genere in queste materie, essenziali per capire e gestire le tecnologie verdi e digitali, potrebbe potenzialmente portare a un miglioramento del Pil europeo fino a 820 miliardi di euro nel 2050. Ad oggi però, ricorda la Commissione, la mancanza di skills ostacola gli investimenti per l’85% delle aziende dell’Ue sia in settori “maturi” (sanità, edilizia, agricoltura, manifattura) che in quelli “nuovi” (rinnovabili).
Sulla governance dei dati, l’Europa sta cercando invece di accelerare, come dimostrano ad esempio le recenti direttive Corporate sustainability reporting directive (Csrd) e Corporate sustainability due diligence (Csddd), che segnano un significativo passo avanti nel cammino dell’Ue verso un futuro sostenibile. Tuttavia, il rapporto “European Private Sector SDGs”, pubblicato di recente dalle reti europee di Un Global Compact, conferma che molte aziende continuano a incontrare difficoltà nel tradurre le ambizioni di sviluppo sostenibile in azioni concrete e misurabili. In Europa, il 69% delle imprese dichiara di avere una conoscenza approfondita dei 17 SDGs dell’Agenda 2030, e il 59% li ha integrati nelle proprie strategie di sostenibilità, ma solo un terzo riesce a monitorare i progressi di sostenibilità, evidenziando un divario tra strategia e misurazione.
Secondo il rapporto, le aree che ricevono maggiore attenzione in termini di azioni sono la parità di genere (Goal 5), il lavoro dignitoso e la crescita economica (Goal 8), e il cambiamento climatico (Goal 13). Al contrario, solo una piccola parte delle aziende sta intervenendo in settori chiave come la preservazione degli oceani (Goal 14) o la lotta alla fame (Goal 2), con percentuali rispettivamente dell’11% e del 13%. Un disallineamento, sottolinea lo studio, che evidenzia l’esigenza di un maggiore impegno da parte delle imprese nel seguire le linee guida europee per la sostenibilità.
Anche sull’inclusività qualche passo avanti è stato fatto, ma tanti ne restano da fare alla luce delle continue emergenze economiche e climatiche che dobbiamo affrontare. Da qui la necessità di ripensare il vecchio modello di crescita con uno nuovo, che metta le persone al centro della trasformazione ecologica ed energetica.