C’è un universo parallelo che supporta e integra lo stato sociale. È il mondo del welfare aziendale, inteso come l’insieme di beni, prestazioni o servizi che le aziende, d’intesa con i sindacati oppure di propria iniziativa, possono riconoscere ai dipendenti per migliorare la loro vita privata e lavorativa. Parliamo di benefici integrativi rispetto al welfare pubblico che, dopo la spinta fiscale della legge di bilancio del 2016 e successi nove interventi legislativi, si sono estesi a macchia d’olio a livello nazionale.
Secondo le stime di Aiwa, l’associazione italiana di settore, la crescita dei piani di welfare è stato del 487% nel primo quinquennio di vita della riforma. La corsa è proseguita anche negli ultimi tre anni, sebbene in modo molto meno dirompente. Tuttavia, gli studi segnalano che il welfare privato è cresciuto in proporzione alla dimensione delle aziende. In poche parole, la sua diffusione c’è stata nelle grandi imprese. Meno nelle micro, piccole e medie realtà dove resta un fenomeno di nicchia per questioni economiche e, in alcuni casi, culturali.
I numeri di Aiwa riportano che oggi sono circa 11 milioni i dipendenti italiani che ricevono qualche forma di beni, prestazioni o servizi integrativi alla retribuzione. Quota che scende a 4 milioni se si considerano i lavoratori senza assistenza sanitaria integrativa e previdenza complementare, le forme di copertura più conosciute regolate da contratti collettivi nazionali. Senza queste due voci, il mercato privato del welfare vale 3,3 miliardi di euro. Allargando la platea dei beneficiari, i ricavi aumentano in modo esponenziale.
Se guardiamo i dati dell’Osservatorio Edenred Italia relativi al portafoglio welfare dei lavoratori, scopriamo poi che la loro disponibilità di spesa è stata di 910 euro nel 2023, dato leggermente in calo rispetto al 2022 ma in aumento rispetto al 2021 quando era di 850 euro. La flessione, puntualizza l’Osservatorio, è riconducibile alla quota di fringe benefit da 3mila euro introdotta due anni fa per far fronte alla crisi sociale post Covid. Quota che oggi oscilla tra 1000 euro per tutti e 2000 euro per chi ha figli a carico. Quota che dovrebbe essere confermata per il prossimo triennio nell’imminente legge di bilancio. Anche se l’auspicio degli addetti ai lavori è che questa misura diventi strutturale all’interno del Tuir (Testo unico delle imposte sui redditi) già nella prossima legge di bilancio.
Il welfare aziendale è però solo un aspetto di un problema molto più grande che riguarda la sostenibilità dell’intero sistema del welfare italiano, uno dei più squilibrati a livello europeo per l’incidenza delle pensioni che assorbono ormai da decenni circa due terzi della spesa sociale. Mentre all’istruzione è destinato una percentuale irrisoria del Pil. L’assicurazione contro la disoccupazione è a dir poco ineguale. Una parte della popolazione, anche dopo l’introduzione di una misura giusta ma mal congegnata come il reddito di cittadinanza, resta scoperta. Benché la quota del Pil italiano assorbita dalla spesa sociale sia tra le più elevate in Europa, il nostro sistema di welfare non è stato in grado di impedire un aumento della povertà assoluta che non ha uguali tra i grandi paesi europei.
Ma quanto ci costa il welfare nel nostro Paese? Secondo i dati del think tank UnipolSai-Studio Ambrosetti, pubblicate a ottobre nel rapporto “Welfare, Italia”, il costo nelle sue componenti macro (sanità, politiche sociali, previdenza e istruzione) è stato di 642,7 miliardi di euro nel 2022, in aumento del 3,1% rispetto al 2021 e pari al 58,9% della spesa pubblica totale. Un valore inferiore di 4,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente quando il rapporto era pari al 63,2% risultando il valore più basso registrato a partire dal 2009.
Dei 642,7 miliardi di euro, la componente previdenziale ne assorbiva il 48,9%. Seguivano la spesa sanitaria (21,5%), quella per le politiche sociali (17,3%) e quella per l’istruzione (12,3%). Rispetto al 2019, anno di riferimento precedente all’insorgenza della crisi pandemica, la previdenza ha subìto un calo del 1,9%; questo a fronte di un aumento della spesa in politiche sociali del 1,9%, mentre per sanità e istruzione si registra un andamento invariato rispetto al 2019 pari, rispettivamente, al 21,5% e al 12,3% della spesa totale in welfare.
Le stime per il 2023 dicono però che la spesa in welfare ritornerà a crescere del 3,7% raggiungendo 632,4 miliardi di euro. La spesa previdenziale assorbirà il 50,3% sul totale delle risorse. A seguire, la spesa sanitaria (21,5%), quella in politiche sociali (16,9%) e la spesa in istruzione (11,3%). Se guardiamo al dato congiunturale, rispetto al 2022 la spesa previdenziale risulta in aumento del 7,1%, passando da 296,9 miliardi di euro a 317,9 miliardi di euro.
Sempre per il think tank, nel periodo 2019-2024 la spesa in welfare in assoluto, anche a causa delle dinamiche di spesa connesse alla crisi pandemica, è aumentata in tutte le sue componenti: politiche sociali del 24,8%, previdenza del 22,8%, sanità del 20% e istruzione del 14,4%. Per questo, il think tank stima che servirebbero 176 miliardi di euro addizionali per garantire la sostenibilità del welfare e del Paese entro il 2030.