Serenità ed “engagement” spingono la produttività

Serenità ed “engagement” spingono la produttività

Il benessere mentale non è solo un obiettivo individuale ma coinvolge l'intera società e il mondo del business: una tendenza in crescita

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Sicuramente un peso importante lo ha avuto l’esperienza dei lockdown pandemici e, più in generale, incidono i ritmi sempre più frenetici della vita quotidiana. Sta di fatto che secondo l’ultima rilevazione dell’Ipsos Global Health Service Monitor, quasi la metà delle persone a livello internazionale (45%) ritiene che la salute mentale sia attualmente la principale preoccupazione tra i problemi sanitari che il proprio Paese dovrebbe affrontare, un livello cresciuto di diciotto punti percentuali rispetto al 2018.

Per avere un termine di paragone, il sondaggio rivela che la seconda preoccupazione più diffusa è il cancro, menzionato dal 38% delle persone. Tuttavia, mentre l’inquietudine sul primo fronte è cresciuta nel corso dell’ultimo lustro, nel secondo è calata. Proseguendo nella ricerca, il 77% degli italiani ritiene che salute mentale e fisica abbiano la stessa importanza, ma solo il 32% ritiene che siano trattate allo stesso modo dal sistema sanitario. Mentre il 46% sostiene che quest’ultimo si concentri principalmente sulla salute fisica.

Lo stress colpisce soprattutto le donne e le generazioni più giovani, con il 40% delle donne della Generazione Z (nate a partire dalla seconda metà degli anni Novanta) che afferma di essersi sentita depressa al punto da provare tristezza o disperazione quasi ogni giorno per un paio di settimane o più, diverse volte.

Il 54% della Generazione Z e il 47% dei Millennials (nati tra l’inizio degli anni Ottanta e la metà dei Novanta) affermano di essersi sentiti stressati al punto da non poter andare a lavorare durante l’ultimo anno.

Queste evidenze fanno il paio con un’analisi condotta da Gpf Inspiring Research, secondo il quale la richiesta di aiuto psicologico nel nostro Paese è aumentata di dieci punti rispetto al 2020, passando dal 29% al 39%. Relativamente a chi si affida a un professionista, in quattro casi su dieci il percorso è stato avviato dalla pandemia in avanti. Di pari passo è diminuito lo stigma nei confronti della figura dello psicologo, sempre più spesso considerato come una guida in grado di identificare e gestire al meglio le proprie emozioni, in modo da riuscire ad affrontare sfide personali e momenti di criticità. Questi ultimi sono particolarmente frequenti durante l’adolescenza e gli anni seguenti e spesso sono la causa del fenomeno noto con l’acronimo Neet (Not engaged in Education, Employment or Training), cioè i giovani che non studiano e un lavoro nemmeno lo stanno cercando. Un esercito, che secondo i dati Istat, è composto dal 16% di italiani tra i 15 e i 29 anni. Con tutto ciò che ne deriva solo in termini di costi e mancata crescita per il Paese, ma anche di problemi individuali e familiari.

Grafico a cura di Silvano Di Meo
Grafico a cura di Silvano Di Meo 

Ma anche senza considerare le situazioni critiche, c’è da dire che oggi i giovani cercano stabilità, benessere e indipendenza economica al pari delle generazioni precedenti, ma con priorità differenti. Calati in uno scenario pieno tra cambiamento climatico, moltiplicarsi delle guerre in giro per il mondo, frequenti crisi economiche e crescenti disuguaglianze sociali, molti giovani non considerano più il lavoro come il fulcro della propria vita, ma piuttosto un mezzo per raggiungere una forma di stabilità economica che consenta di vivere in equilibrio con le proprie esigenze personali, in modo da garantire il benessere fisico e anche quello mentale. In un contesto economico che non garantisce più crescita, sempre più giovani vedono il lavoro non come fonte di realizzazione personale, bensì come una parte della vita da gestire in modo funzionale e flessibile.

Una conseguenza di questo approccio è il cosiddetto “Job hopping”, a indicare la tendenza sempre più diffusa a “saltare” da un lavoro all’altro. Se un lavoro non rispecchia le aspettative, la Gen Z più delle precedenti non ha paura di guardare altrove, anche a costo di lanciarsi nell’ignoto. Cambiare azienda è spesso visto come un modo per acquisire nuove competenze e accelerare la carriera. Senza trascurare il fatto che sperimentare diversi ruoli aiuta a trovare la propria strada e arricchisce il bagaglio professionale. A diverso titolo, dietro queste scelte c’è anche il desiderio di salvaguardare la propria salute mentale a fronte di ritmi di vita e di lavoro sempre più frenetici che rischiano di generare livelli di stress difficili da sopportare. Un cambio di approccio rafforzato dal fatto che le dinamiche demografiche rendono i giovani sempre meno numerosi nel nostro Paese, e quindi con un potere contrattuale maggiore rispetto al passato.

Questioni che chiamano in causa la responsabilità delle imprese: quando mancano le condizioni per un clima sereno e stimolante, non solo è in pericolo il benessere psicologico dei lavoratori, ma anche il loro coinvolgimento e di conseguenza la produttività e i risultati del business. Da qui la necessità non solo di agire con un approccio che privilegi l’ascolto nella definizione delle politiche di people management, ma anche la rilevanza delle politiche inclusive e la diffusione di una cultura atta a evitare comunicazioni inappropriate o discriminazioni di vario tipo. Nella consapevolezza che siamo in presenza di trasformazioni strutturali e, come sempre nei periodi di passaggio, chi è bravo a cogliere le tendenze emergenti, acquisisce un vantaggio competitivo nel medio periodo.

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