Divario eco-sanitario, donne penalizzate

Divario eco-sanitario, donne penalizzate

Solo 11 Paesi europei registrano la parità nell'aspettativa di vita sana. L'Italia è novantaquattresima nella classifica globale

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Il gender pay gap non è il risultato di una semplice sottrazione, ma di una somma di divari. La disparità salariale tra donne e uomini si percepisce già dal primo impiego, subito dopo l’Università: senza alcuna esperienza lavorativa pregressa, con la stessa preparazione e il medesimo grado di istruzione. Il Politecnico di Milano nel suo bilancio di genere calcola che a cinque anni dalla laurea la differenza mensile a sfavore delle studentesse, in media, è di 181 euro per le laureate in architettura, di 67 euro per design e di 127 euro per ingegneria. Numeri ancora piccoli, che lievitano con l’avanzare dell’età.

In Italia, secondo gli ultimi dati di Eurostat, per le donne con meno di 34 anni il gender pay gap si attesta al 2,7%, arriva al 4,5% tra i 45 e 54 anni, e raggiunge l’apice del 7,7% tra le over 65, che scontano un divario previdenziale amplissimo. Per avere misura reale della ripercussione sul salario della discriminazione di genere, tuttavia, non basta considerare solo la pura sproporzione tra le retribuzioni orarie medie. Bisogna anche tener conto di tutte quelle barriere, che, a cascata, rendono la vita lavorativa delle donne una corsa a ostacoli.

Esistono differenze qualitative tra lavoratrici e lavoratori che vanno a costituire quello che si chiama “explained” gender pay gap. Si pensi all’asimmetria delle ore lavorate o alla fatica nell’avanzamento di carriera, causati, ad esempio, dalla segregazione verticale e orizzontale o dalla “penalità di maternità”.

È quindi vero che la differenza salariale - in una forbice temporale di dieci anni – è in diminuzione in Italia, con i lavoratori che, in media, percepiscono un salario “solo” del 4,3 per cento più alto delle lavoratrici. Ma, come evidenzia uno studio di Pwc, Fondazione Arel e Jti Italia, il dato non tiene conto di almeno due fattori: il tasso di occupazione delle donne e il rapporto tra il loro livello di istruzione e la posizione lavorativa occupata. Le donne sono infatti, in media, più istruite dei colleghi uomini, ma sono pagate meno. In altre parole: le pari opportunità sono ancora una chimera per le lavoratrici di oggi.

A ben vedere quello italiano è uno scenario in peggioramento per la parità di genere. Il Paese nel 2024 è scivolato all’ottantasettesimo posto nel Global Gender Gap Report del World Economic Forum, perdendo ben 24 posizioni in soli due anni. Dietro anche al Burundi e allo Zimbabwe. L’Europa è intanto riuscita a colmare tre quarti del suo divario di genere (75%), un miglioramento costante di 6,2 punti percentuali dal 2006.

Tornando alla parità economica però, la traiettoria è più lenta, con un leggero aumento di soli 0,4 punti percentuali rispetto allo scorso anno. Ma se qui si compie qualche passo, faticoso, in avanti, c’è ancora un altro gap, iscritto nel corpo delle donne, che incide sulla loro partecipazione al mercato del lavoro: quello sanitario.

Una donna che nasce oggi in Europa ha meno possibilità di vivere una vita sana rispetto a un uomo. L’ultimo rapporto del Wef evidenzia come l’indice “Salute e Sopravvivenza” resta anche nel 2024 in uno stato di stagnazione, stabile al 97%. Una percentuale che non avanza, e anzi torna indietro: nel 2016 il dislivello si attestava al 97,7%. Solo 11 Paesi europei registrano la parità nell’aspettativa di vita sana e l’Italia non è tra questi, posizionandosi al novantaquattresimo posto nella classifica globale.

Approfondisce questo tema una ricerca curata da McKinsey, in collaborazione con il Wef. Le donne sono più longeve, ma trascorrono, in media, nove anni della loro vita in cattive condizioni di salute, il 25 per cento in più rispetto agli uomini. Una differenza che non si sconta solo in età avanzata, ma che raggiunge la sua acme proprio nel periodo che va tra i 20 e i 60 anni. Insomma, quasi la metà del carico sanitario colpisce le donne durante l’età lavorativa.

Grafico a cura di Silvano Di Meo
Grafico a cura di Silvano Di Meo 

Esiste una concatenazione tra il divario salariale e quello sanitario, un nesso che va ben oltre la semplice correlazione. La minore attenzione verso la salute femminile influisce infatti sulla capacità di guadagno delle lavoratrici, tanto che colmare il gap permetterebbe a 137 milioni di donne, a livello mondiale, di accedere a posizioni a tempo pieno entro il 2040. Tradotto in termini economici, significherebbe liberare una forza lavoro inespressa che permetterebbe un incremento dell’economia di almeno 1 trilione di dollari all’anno. Un aumento dell’1,7% del pil medio pro capite.

Il report chiarisce che il tema della salute femminile non riguarda solo specifiche condizioni ginecologiche, che pesano per il 5 per cento. La fetta più grande della disparità sanitaria, il 95 per cento, deriva da patologie che colpiscono sia uomini che donne. Il vero discrimine è, infatti, a monte: le donne pagano secoli di “misoginia” della ricerca scientifica. La mancanza, quindi, di dati, medicinali e trattamenti specifici.

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