Molto forte nel settore manifatturiero, l’Italia non è un Paese ricco di materie prime e deve quindi far massicciamente ricorso alle importazioni per soddisfare il fabbisogno dell’industria. Esisterebbe anche un’altra strada, quella del riciclo, ma fino ad oggi non siamo stati in grado di percorrerla al meglio. Eppure i vantaggi sarebbero enormi: se dagli apparecchi elettronici, sia quelli di grandi dimensioni che quelli di piccole, venissero recuperate le materie prime con cui sono stati realizzati, la dipendenza dalle importazioni potrebbe venir ridotta significativamente.
Ad evidenziare questa opportunità è lo studio “Le opportunità per la filiera dei Raee all’interno del Critical raw materials act” realizzato da The European House — Ambrosetti (Teha) e commissionato da Erion, secondo il quale se in Italia si raggiungesse il target di raccolta stabilito dall’Unione Europea (65%, a fronte dell’attuale 37%), al 2030 si potrebbero avviare al corretto trattamento 312 mila tonnellate di Raee (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) domestici e professionali in più. “L’aumento dei volumi raccolti e la realizzazione di impianti adeguati al loro riciclo, potrebbe portare a un recupero di circa 17 mila tonnellate di materie prime critiche, pari al 25% di quelle importate dalla Cina nel 2021 — scrivono gli esperti di Teha — allo stesso tempo, investendo in un’adeguata dotazione impiantistica in grado di riciclare i Raee recuperando materie prime critiche, l’aumento del tasso di raccolta potrebbe portare tra il 2025 e il 2030 a una riduzione di circa 2,5 milioni di tonnellate di CO2 immesse in atmosfera. Il beneficio ambientale genererebbe anche un vantaggio sociale per la comunità quantificabile in circa 487 milioni di euro. Senza dimenticare il vantaggio economico derivante dalla possibilità di recuperare materie prime seconde, riducendo il peso delle importazioni e la dipendenza dall’estero che, secondo lo studio, sarebbe pari a circa 31 milioni di euro”.
In questa battaglia per le materie prime è impegnata in prima linea anche l’Unione Europea che, nell’edizione 2023 del report “Study on the critical raw materials for the Eu”, ha portato da 30 a 34 le materie prime definite “critiche” (aggiungendo arsenico, elio, feldspato e manganese, nichel e rame e togliendo indio e gomma naturale) e ha introdotto per la prima volta il concetto di materie prime “strategiche”, che sono 17. Le materie prime critiche sono essenziali per lo sviluppo di settori strategici quali le energie rinnovabili, la mobilità elettrica, la difesa e l’aerospazio, e le tecnologie digitali. La Cina è oggi il principale fornitore mondiale di materie prime critiche per il 65%, seguita dal Sud Africa (10%), dalla Repubblica Democratica del Congo (4%) e dagli Stati Uniti d’America (4%). La situazione diventa ancora più rischiosa se si prendono in considerazione solo le terre rare: un terzo di tutti i nuovi giacimenti è localizzato nel sottosuolo cinese. Pechino detiene non solo il primato nelle fasi a monte, ma rappresenta anche un importante fornitore di beni intermedi a livello globale, nonché nelle fasi a valle relative al prodotto finito e ai singoli componenti.
Secondo i calcoli di Teha circa 686 miliardi di euro di produzione industriale italiana dipendono dalle materie prime critiche, un valore pari al 38% del Pil. “L’Italia risulta il primo Paese per incidenza sul Pil del valore della produzione industriale sostenuto da materie prime critiche — si legge nello studio di Ambrosetti — rendendo quindi la nazione significativamente vulnerabile. Infine, prendendo in considerazione l’ultimo decennio, il valore della produzione industriale italiana sostenuto da materie prime critiche è aumentato del 35%, ad indicarne la crescente importanza economica nei principali ecosistemi manifatturieri del nostro Paese”.
In questa sfida resa ancora più complicata dalle tensioni commerciali che stanno caratterizzando lo scambio di merci a livello globale, l’Italia deve quindi necessariamente migliorare il funzionamento del sistema di gestione dei Raee, che incontra un grande ostacolo soprattutto nella prima fase, quella della raccolta. Secondo i dati contenuti nel rapporto annuale del Centro di coordinamento Raee, nel 2024 i volumi di rifiuti elettrici ed elettronici avviati a riciclo nel nostro Paese sono tornati a crescere: quasi 9mila tonnellate in più rispetto al 2023, con un incremento del 2,5%. Un risultato favorito soprattutto dalla performance delle regioni del Nord Italia (+4,1% a 188.860 ton), che può vantare un risultato pro capite pari a 6,87 kg per abitante. Il Centro ha visto invece i volumi aumentare dell’1,8% a 81.261 ton, con un risultato pro capite pari a 6,26 kg. Continua invece a faticare il Sud, che ha chiuso il 2024 con un lieve calo della raccolta a 88.017 tonnellate (-0,2% e 4,75 kg/ab).
Quasi tutte le regioni italiane mostrano una raccolta in crescita, o almeno stabile, rispetto al 2023. Tra queste spiccano: Valle d’Aosta (+8,7%), Lombardia (+7,8%), Friuli Venezia Giulia (+6,3%) e Veneto (+6,2%). Tre regioni, al contrario, vedono un decremento dei propri volumi: il Molise (-17,7%), l’Emilia Romagna (-3,2%) e la Calabria (-1,9%).