Non solo risparmio, serve formazione

Non solo risparmio, serve formazione

Nel nostro Paese, nonostante la storica propensione al risparmio, manca ancora una solida cultura economica di base

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“As Soon As Possible”. L’invito a fare il “prima possibile”, che spesso ricorre negli ambienti di lavoro, accompagna uno studio in lingua inglese, da poco pubblicato sul sito della Banca d’Italia, che analizza gli effetti dell’educazione finanziaria nelle scuole.

Un argomento di stretta attualità, considerato che da quest’anno il tema è entrato nei programmi scolastici, sebbene non con una dignità autonoma, ma all’interno dell’insegnamento dell’educazione civica. “The Effectiveness of a Financial Education Program in Italian Schools”, questo il titolo del working paper di Bankitalia, è frutto delle analisi condotte su oltre 1.500 studenti di quinta elementare e terza media, in 19 scuole tra Veneto, Toscana e Sicilia. Il programma prevede la formazione dei docenti, l’uso di materiali didattici dedicati e attività in classe su temi chiave: reddito e pianificazione, risparmio e investimenti. I risultati sono chiari: gli studenti che hanno seguito il programma in classe hanno migliorato la propria alfabetizzazione finanziaria dell’8% circa, un progresso di grande rilievo secondo gli analisti. Al contrario, i ragazzi a cui è stato solo consegnato il materiale da studiare autonomamente a casa non hanno mostrato miglioramenti significativi, a eccezione di quelli provenienti da famiglie con elevato status socio-economico.

Dunque, il ruolo degli insegnanti è cruciale. Lo studio ha rilevato che l’impatto sui risultati degli studenti è maggiore quando i docenti hanno a loro volta familiarità con i temi trattati o una buona alfabetizzazione finanziaria personale. Gli insegnanti che utilizzano strumenti digitali per gestire le proprie finanze, ad esempio, ottengono performance migliori in classe.

I risultati sono molto interessanti se si considera che l’Italia si posiziona nelle retrovie nelle ricerche internazionali relative alle conoscenze in materia finanziaria. Siamo in presenza di un paradosso: siamo storicamente un Paese che primeggia nella capacità di risparmio, ma che al tempo stesso investe pochissimo. Circa un terzo della ricchezza finanziaria delle famiglie è parcheggiata sui conti correnti, che generalmente offrono rendimenti risibili, anzi negativi a considerare anche l’impatto dell’inflazione, mentre solo una piccola quota viene destinata a investimenti con un più elevato potenziale di rivalutazione. Il motivo? Più che una scelta razionale, è spesso una reazione alla scarsa comprensione di concetti base come inflazione, rischio-rendimento o diversificazione. Il risultato è una sotto-allocazione del risparmio, che non solo limita la crescita del patrimonio personale, ma di tutto il Paese, dato che manca la cinghia di trasmissione tra risparmio privato ed economia produttiva, con le imprese troppo sbilanciate verso il debito bancario.

Grafico a cura di Silvano Di Meo
Grafico a cura di Silvano Di Meo 

La carenza di competenze finanziarie si traduce anche in minore mobilità sociale. Chi non sa gestire correttamente il proprio denaro, rischia di rimanere intrappolato in situazioni di debito, di non pianificare il futuro previdenziale o di non cogliere opportunità di miglioramento. A farne le spese sono soprattutto i giovani, le donne e le fasce meno istruite della popolazione, creando un circolo vizioso in cui la povertà si perpetua anche per mancanza di strumenti cognitivi.

Non a caso, l’educazione finanziaria è oggi considerata dagli economisti uno dei pilastri dell’inclusione e dello sviluppo sostenibile. Il ritardo culturale in materia di risparmio e investimenti si traduce in miliardi di euro che restano inutilizzati, in cittadini che non sanno come proteggere o far crescere i propri patrimoni.

Grafico a cura di Silvano Di Meo
Grafico a cura di Silvano Di Meo 

Il Ddl Capitali, approvato nel 2024, ha compiuto come già anticipato un primo passo, integrando l’educazione finanziaria nei percorsi scolastici all’interno dell’insegnamento dell’educazione civica. Ma per tradurre la norma in risultati occorrono risorse, formazione, materiali adeguati e un monitoraggio costante.

Tornando allo studio di Bankitalia, gli esperti invitano a cambiare paradigma culturale: parlare di soldi a scuola non deve essere più un tabù. “Prima si comincia, meglio è”. Questa è la sintesi implicita del titolo. Perché acquisire una consapevolezza economica da piccoli non significa imparare a fare profitti, ma a fare scelte. E in una società complessa, piena di stimoli e trappole, sapere cosa significa risparmiare, pianificare o distinguere tra bisogno e desiderio può fare la differenza tra autonomia e dipendenza.

E non è solo una questione individuale. Avere cittadini più preparati e consapevoli può tradursi in scelte collettive più responsabili, in una maggiore stabilità economica e in una riduzione dei fenomeni di sovraindebitamento. L’alfabetizzazione finanziaria, insomma, non è solo un diritto educativo; è una scelta di politica economica destinata a fare la differenza nel lungo periodo, con la possibilità di fornire risposte adeguate ad alcune delle sfide strutturali.

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