L’economia italiana è composta da imprese dinamiche e competitive, con buone fondamenta, ma che necessitano di essere rafforzate. Il limite principale resta la produttività, che negli ultimi lustri è rimasta stagnante, a differenza di tanti partner europei che invece hanno investito maggiormente sull’innovazione. Si può sintetizzare così il pensiero del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, a proposito del sistema imprenditoriale nazionale, alla luce dell’ultima relazione annuale. Concetti ripresi in parte anche alla recente conferenza su “Competitività e innovazione: la risposta europea”, organizzata dalla stessa Banca d’Italia e dalla Banca europea degli investimenti, con l’aggiunta di un focus sulla ricerca scientifica. Panetta ha ricordato che la qualità dell’output italiano non ha nulla da invidiare ad altri Paesi europei, ma il numero di brevetti e l’innovazione industriale rimangono limitati. In sostanza, l’Italia fatica a trasformare la scienza in innovazione produttiva e industriale, con un divario significativo soprattutto rispetto agli Stati Uniti, specie nel campo digitale e dell’intelligenza artificiale.
I concetti espressi dal governatore sintetizzano lo stato di salute del nostro sistema economico, che negli ultimi anni ha dimostrato una straordinaria capacità di resistenza ai venti contrari, ma ha anche faticato a superare alcuni limiti strutturali. Secondo i dati Movimprese, elaborati da Unioncamere e InfoCamere, nel 2024 vi è stato un saldo positivo tra aperture e chiusure di imprese (+36.856 unità, cioè +0,62%), il che era tutt’altro che scontato a considerare il contesto nel quale è maturato tra bassa crescita, conflitti in corso in varie aree del pianeta e una condizione di tassi alti. Fin qui i numeri generali, perché se invece si scava a fondo la situazione mostra diverse fragilità: ad esempio, vi sono stati 478 comuni a natalità zero nel 2024, contro i 374 di dieci anni fa, a confermare la polarizzazione tra centri che crescono e altri in costante declino. A livello settoriale, sono risultate in forte progresso le attività professionali scientifiche e tecniche (+4,4%), seguite dalle costruzioni (+1,27%) e da alloggio-ristorazione (+8.125, +1,78%), mentre hanno perso terreno agricoltura (-1,06%), manifattura (-0,81%) e commercio (-0,72%).
Lo studio segnala che le Pmi hanno mostrato una notevole capacità di adattamento nelle difficoltà, mentre le grandi aziende hanno rafforzato il made in Italy sui mercati globali attraverso progetti di internazionalizzazione e innovazione tecnologica. Resta però irrisolto il nodo della sottocapitalizzazione, condizione che ricorre quando un’impresa non ha abbastanza capitale proprio per sostenere le proprie operazioni e far fronte ai debiti, con il risultato di non riuscire a centrare gli obiettivi aziendali in modo ottimale. Il che può rendere l’impresa meno stabile e più soggetta a rischi finanziari. Secondo diverse ricerche pubblicate negli ultimi anni questa condizione caratterizza all’incirca un’azienda su sei nel nostro Paese, con accenti particolari nella ristorazione, nel settore dell’arte e in quello dell’intrattenimento. Ma il fenomeno è molto diffuso anche in settori di particolare rilievo per il Pil, edilizia in primis. Le ragioni sono diverse: il sistema economico per decenni è stato bancocentrico, a fronte di una scarsa apertura verso il mercato azionario, nonché per la repulsione verso la condivisione delle decisioni da parte del grosso dell’imprenditoria italiana.
Per molti imprenditori, meglio avere debiti e comandare che avere capitale di rischio, ma dover condividere le scelte. Sennonché l’avvento dell’epidemia ha messo ancor più in chiaro che il mondo è uno e che per starci dentro occorrono spalle più larghe. E, che con troppi debiti, le spalle si restringono. Senza trascurare un altro aspetto: l’evoluzione della normativa comunitaria in materia finanziaria rende sempre più restrittivi i criteri di concessione del credito da parte degli istituti, i quali non a caso si stanno spostando in masse verso business che sono meno rischiosi e richiedono un minore impiego di capitale come la gestione dei patrimoni. La prudenza è aumentata anche a seguito dell’entrata in vigore del nuovo Codice della crisi d’impresa, che rafforza la responsabilità degli istituti nella valutazione della solvibilità aziendale.
Occorre dunque un cambio di passo anche perché, come emerge dal “Rapporto sulla competitività 2024 dell’Istat”, una migliore capitalizzazione è correlata a una maggiore produttività e capacità di innovazione, aspetti essenziali per superare il gap con i principali partner europei.
Una spinta a cambiare marcia può arrivare da un asset tra i più importanti del nostro Paese, il risparmio privato. Secondo dati appena pubblicati dalla Fabi (sindacato dei bancari), i depositi sfiorano i 1.600 miliardi di euro. Somme che restano sui conti in maniera improduttivo, o quasi, e che invece potrebbero essere veicolati per sostenere la crescita dell’economia reale, con un potenziale di rivalutazione per gli investitori. Continuare a investire sulla cultura finanziaria degli italiani e sul lancio di soluzioni che facciano da ponte tra risparmio ed economia reale sarà una priorità per i prossimi anni.