I dazi peseranno sulla crescita economica di tutti i Paesi coinvolti, Usa compresi, ma avranno effetti differenti per quel che riguarda l’inflazione. Con ogni probabilità i prezzi al consumo saliranno negli Usa, per il semplice fatto che le tariffe rendono le importazioni più care, mentre per i suoi partner commerciali l’effetto potrebbe essere addirittura disinflazionistico, perché una minore crescita economica potrebbe calmierare i prezzi. In ogni caso per le banche centrali si prospettano tempi duri, perché dovranno rispondere contemporaneamente alla spinta inflazionistica dovuta all’interruzione delle catene globali di fornitura e al rallentamento della congiuntura provocato dai dazi. È questo lo scenario tratteggiato nel più recente studio della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), che ha analizzato gli effetti macroeconomici dei dazi per tentare di valutare l’impatto di queste misure su crescita e inflazione.
Quel che è certo è che gli annunci fatti dalla Casa Bianca rappresentano un cambiamento radicale nel livello dei dazi commerciali. Negli ultimi decenni, infatti, le barriere doganali si erano assestate su livelli storicamente molto bassi (inferiori al 3%), mentre per ritrovare valori simili a quelli attuali bisogna risalire fino agli anni Trenta del secolo scorso, quando l’allora presidente Herbert Hoover alzò barriere protezionistiche sull’industria e sul settore agricolo in risposta alla gravissima crisi scoppiata nel 1929. "Gli effetti macroeconomici dei dazi saranno complessi, per diverse ragioni - scrivono gli esperti della Banca dei regolamenti internazionali - Una è rappresentata dalle differenti aliquote, sia a livello di Paesi che di prodotti. Ciò costituisce un incentivo alla sostituzione, sia da parte dei consumatori, che potrebbero orientare la propria spesa verso prodotti soggetti a dazi più bassi, sia da parte delle imprese, che potrebbero spostare la produzione verso Paesi meno colpiti dai dazi. Per questi ultimi gli effetti della sostituzione dovrebbero attenuare il calo della domanda per le loro esportazioni, sebbene i benefici per la crescita possano essere in parte compensati da maggiori importazioni da Paesi soggetti a dazi statunitensi più elevati”.
Il commercio di beni intermedi complica ulteriormente l’analisi. Sia a livello nazionale che settoriale, il sistema commerciale globale rappresenta una fitta rete di collegamenti che si estende ben oltre i principali partner commerciali degli Stati Uniti. Le variazioni nei flussi commerciali bilaterali indotte dai dazi potrebbero avere ricadute dirompenti a monte e a valle attraverso le reti di produzione. I Paesi in cui la domanda diminuisce a causa dei dazi potrebbero dover affrontare anche prezzi all’importazione più elevati per i beni prodotti nelle catene di approvvigionamento interessate dai dazi. Un effetto combinato che potrebbe mettere a rischio la tenuta delle economie più fragili.
I modelli della Bri prevedono riduzioni del Pil particolarmente significative per il Canada (-1,2 punti percentuali) e Messico (-1), a causa dei loro profondi legami con gli Stati Uniti. Le cose andranno decisamente meglio per le economie asiatiche, anche quelle più legate agli Usa: l’impatto maggiore lo subirà il Vietnam, per il quale i dazi si tradurranno in una minore crescita nell’ordine di 0,3 punti. Brasile ed India, per i quali le tariffe doganali sono particolarmente alte (50%), accuseranno un impatto comunque limitato a 0,2 punti. Un valore simile a quello della Germania. Ancora inferiore è l’effetto per la Cina (-0,1), che può contare sulle dimensioni della sua economia per attutire il colpo. Anche sul fronte dei prezzi al consumo le conseguenze dei dazi saranno differenti da nazione a nazione. La Bri porta ad esempio Messico, Brasile e Canada. Nel Paese centroamericano l’inflazione dovrebbe attenuarsi di 0,5 punti percentuali; in quello sudamericano il calo dovrebbe essere solo leggermente inferiore (-0,4), anche se l’impatto sulla produzione sarà molto inferiore rispetto al Messico. In quello nordamericano, infine, non ci sarà nessun impatto sui prezzi, nonostante il calo della produzione sia il più significativo.
Questi andamenti così diversi trovano spiegazione nel differente grado di dipendenza dall’export statunitense. Il Canada, che compra molte merci oltreconfine, importerà anche inflazione, senza contare poi gli effetti dei dazi di ritorsione. “Nella maggior parte delle altre economie, le variazioni di prezzo previste sono modeste - si legge ancora nello studio - In particolare in Cina e Germania, la cui integrazione nelle catene di approvvigionamento globali è ampia rispetto ai loro legami commerciali bilaterali con gli Stati Uniti, l’effetto inflazionistico dei maggiori costi degli input intermedi agisce da contrappeso all’effetto disinflazionistico della minore domanda aggregata globale e può persino compensarlo”.
Secondo l’analisi della Bri, esiste dunque una netta distinzione tra le economie in cui l’impatto complessivo dei dazi assomiglia a uno shock della domanda aggregata e quelle in cui assomiglia a uno shock dell’offerta aggregata. Nelle prime, dove produzione e inflazione si muovono nella stessa direzione, le banche centrali non si trovano ad affrontare un compromesso netto tra stabilizzare l’attività economica e stabilizzare l’inflazione, sebbene debbano comunque scegliere quanto velocemente cercare di riportare queste variabili al livello target.