Italia penalizzata dalla sottoassicurazione

Italia penalizzata dalla sottoassicurazione

Ragioni culturali ed economiche spiegano la scarsa attenzione al tema delle coperture. Con conseguenze pesanti in caso di sinistri

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Virtuosi nella capacità di risparmio, non altrettanto attenti a proteggersi dagli imprevisti. È il profilo degli italiani che emerge mettendo insieme una serie di studi sul tema. È un paradosso strutturale che attraversa generazioni e territori e ci espone a rischi sociali ed economici di lungo periodo. Secondo il Financial Wellness Index, condotto da N26 con Advantere School of Management, il 40,5% degli italiani riesce a mettere da parte fino al 6% del proprio reddito mensile, una quota superiore alla media europea (38,8%). La Generazione X – tra i 45 e i 60 anni – è la più virtuosa: oltre un terzo accantona oltre il 20% del reddito. Ma solo l’11,2% riesce a superare quella soglia, e quasi la metà ammette che, in caso di una spesa imprevista pari a uno stipendio mensile, sarebbe costretta a ricorrere a un prestito o a un finanziamento. Un equilibrio fragile, che rivela quanto il risparmio sia ancora percepito più come accumulo che come strumento di protezione.

L’Italia, dunque, è sottoassicurata. “Le analisi internazionali mostrano come il nostro Paese si collochi in fondo alla classifica delle economie avanzate. E in alcuni casi la sottoassicurazione raggiunge livelli abnormi, come per esempio nel caso delle catastrofi naturali”, ha sottolineato di recente Giovanni Liverani, presidente dell’Ania (l’associazione delle compagnie operanti in Italia). Per poi sottolineare come questo rappresenti uno svantaggio competitivo rispetto ad altri sistemi socio-economici con cui ci confrontiamo sui mercati globali. In Italia meno di un terzo dei cittadini possiede una copertura assicurativa adeguata, a fronte di una media europea che supera il 50%. Nelle polizze contro gli eventi atmosferici estremi la quota di abitazioni assicurate non arriva al 10%, contro il 90% della Francia e oltre il 60% della Germania. Un divario che si riflette anche nel mondo produttivo, dato che solo un terzo delle Pmi italiane risulta pienamente coperto da polizze danni o business interruption, e appena una su cinque dispone di un’assicurazione contro gli eventi catastrofali.

Le ragioni di questa distanza sono profonde. Pesano una cultura assicurativa ancora immatura, la convinzione diffusa che “non succederà a me”, la percezione dei costi come troppo elevati e una scarsa fiducia nella rapidità dei rimborsi. Oltre al fatto che spesso in passato lo Stato è intervenuto con una serie di rimborsi in presenza di problemi diffusi, anche se la condizione dei conti pubblici renderà sempre meno probabile un tale supporto per il futuro. Le conseguenze della sottovalutazione sono già evidenti in vari settori, come quello sanitario. Secondo l’ultimo report dell’Inapp (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche), oltre due milioni di italiani tra i 18 e i 74 anni (pari al 5,3% della popolazione) nel 2024 hanno rinviato visite mediche o cure dentistiche perché non potevano permettersele. La situazione è ancora più grave tra chi soffre di malattie croniche, dove la quota sale al 9,2%. Solo il 13,7% degli italiani possiede oggi una polizza sanitaria, mentre un altro 10,6% vorrebbe attivarla. Dallo studio emergono forti differenze sociali: il 17,9% dei lavoratori ha un’assicurazione, contro appena il 4% di chi cerca lavoro. Le polizze sono più diffuse tra gli autonomi (22%) che tra i dipendenti (17%). Nelle famiglie con figli e redditi superiori a 5 mila euro al mese, la quota sale al 32,2%. I rinvii riguardano soprattutto visite specialistiche ed esami diagnostici. Per le cure primarie, ospedaliere e farmaci, il Servizio Sanitario Nazionale continua invece a garantire l’assistenza nella maggior parte dei casi.

Uno scenario che fa emergere l’urgenza di agire sul fronte culturale per diffondere la cultura della prevenzione, oltre che di agire sul piano legislativo per incentivare le coperture e promuovere strumenti di microassicurazione accessibili anche alle fasce più fragili. Il rischio, altrimenti, è di perpetuare un sistema in cui le conseguenze economiche di un disastro naturale o di una crisi personale ricadono quasi interamente sullo Stato o sui risparmi individuali. Del resto, potenzialmente la domanda di protezione è destinata a crescere in maniera importante. L’aumento degli eventi climatici estremi, la precarietà del lavoro e l’instabilità economica rendono evidente la necessità di strumenti di tutela più diffusi.

Il discorso vale anche in ottica previdenziale. Tornando alla ricerca di N26, due lavoratori italiani su tre destinano una parte dei risparmi alla pensione, mentre uno su cinque non accantona nulla. In un contesto in cui l’inflazione erode il potere d’acquisto e si allunga l’aspettativa di vita, la mancanza di strumenti di copertura rischia di compromettere la solidità del patrimonio stesso che si vuole preservare. Non si tratta solo di una questione individuale. La sottoassicurazione ha effetti sistemici: riduce la capacità di spesa e investimento, rallenta la ripresa dopo le crisi e aumenta il peso dello Stato nelle emergenze. Ogni euro non assicurato diventa un potenziale costo per la collettività.

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