“Il tema del mercato unico dei capitali non è un tema, è il tema che riguarda tutto lo sviluppo dell’economia dell’Unione Europea”. Non ha dubbi Carlo Cimbri, presidente di Unipol, nell’indicare la priorità assoluta in ambito finanziario per l’Ue. Senza una decisa azione che consenta di superare la frammentazione dei 27 mercati finanziari presenti nel Vecchio Continente qualsiasi tentativo di dare un deciso impulso all’economia europea sarà destinato a fallire. “Si parla tanto di piani Pnrr, di Next Generation, di futuri, Pnrr sotto forma diversa, di allargare il bilancio dell’Ue, ma secondo noi se non si creano i presupposti per un grande mercato, una grande economia non l’avremo mai”, spiega Cimbri .
Il paragone più ovvio è con gli Stati Uniti che hanno una popolazione simile a quella europea, anzi leggermente inferiore, ma crescono a tassi “doppi o tripli” rispetto all’Europa. E questo perché sono in grado di “finanziare con percentuali più elevate l’economia reale con varietà di strumenti che l’Europa non ha”. Senza di essi e senza un’armonizzazione normativa ogni progetto non potrà che essere molto meno ambizioso di quanto si potrebbe invece fare con un mercato unico dei capitali efficiente. Per Cimbri l’unica strada che l’Europa ha per sprigionare tutto il suo potenziale è “creare un mercato dei capitali affinché le risorse che generano 500 milioni di persone possano girare in maniera efficiente e non essere ostacolate dalle barriere di 27 Paesi”. Solo così sarà possibile “incanalare anche il risparmio privato” verso l’innovazione e le infrastrutture, perché “non possiamo pensare di andare avanti solo con il bilancio dell’Ue, serve attrarre capitali privati”.
Per il presidente della compagnia bolognese le cose non stanno andando però nella direzione giusta, almeno ad oggi. A suo modo di vedere il cosiddetto danish compromise “è un’asimmetria regolamentare ingiustificata che discrimina le assicurazioni rispetto alle banche”. Il riferimento è alla norma europea Capital requirements regulation (Crr) sui requisiti di capitale introdotta nel 2012 sotto la presidenza danese dell’Ue. Rivista nel 2025 (Crr III), essa prevede che, nel caso in cui una banca acquisti un’assicurazione, essa possa mettere a bilancio un costo risk-weighted e dunque inferiore all’investimento reale. Non avviene invece il contrario, ovvero quando un’assicurazione rileva una banca: in questo caso l’acquirente deve sottrarre completamente il valore della controllata dal proprio capitale regolamentare. Secondo Cimbri, “spetta dunque al legislatore correggere questa anomalia” e la decisione di rinviare tutto al 2027, data entro la quale la Commissione farà un assessment sulla questione, dimostra solo come non sia “vero che il settore assicurativo è efficace nel lavoro di lobby”.
A sottolineare il ruolo cruciale delle assicurazioni nel campo degli investimenti strategici è Matteo Laterza, amministratore delegato di Unipol: “L’investitore assicuratore è sempre stato presente nel momento in cui c’è stato bisogno di calmierare il mercato”, come quando nel 2011 e nel 2018 “siamo stati grandi compratori di titoli di Stato”. Il manager della compagnia assicurativa si aspetta quindi “una regolamentazione che possa favorire questo ruolo e di continuare a farlo”, mentre la normativa su Solvency “per quanto abbia subito dei miglioramenti, penso che ancora non ci metta in questa condizione”. Solvency, il cui aggiornamento Solvency II è entrato in vigore nel 2016, stabilisce i requisiti patrimoniali per assicurazioni, calcolando il capitale necessario a coprire rischi assicurativi, di mercato e operativi. E quando un’assicurazione acquisisce una banca non sono previsti benefici simili a quelli del Danish compromise che si applica solo alle banche. "Chiediamo una regolamentazione - conclude Laterza - che non sia soltanto favorevole per il settore assicurativo ma che metta le assicurazioni nelle condizioni di favorire la competitività europea”.
Ed è proprio per raggiungere questo obiettivo che Unipol ha di recente aperto una sede a Bruxelles. “Abbiamo necessità di avere contezza della direzione su cui si orientano le normative europee, non quando diventano esecutive, ma quando se ne comincia a discutere, in modo da essere preparati. La decisione di aprire un ufficio a Bruxelles ha questo tipo di finalità. La sede ha un valore simbolico ma anche pratico, nel senso che la normativa che ci riguarda nel nostro settore si origina ormai prevalentemente qui a Bruxelles e quindi avere un ufficio e avere delle persone in loco che possano interloquire con il legislatore, con la Commissione è doveroso, necessario. Quindi ha una valenza pratica, non solo simbolica”.