Le crisi geopolitiche preoccupano le aziende

Le crisi geopolitiche preoccupano le aziende

Secondo un’indagine Kpmg, le imprese non sono spaventate. Diversificazione, alleanze e strumenti per la gestione del rischio per vincere l’incertezza

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Conflitto in Ucraina, attacco israeliano nella Striscia di Gaza, guerra in Iran. Negli ultimi anni le crisi geopolitiche si sono moltiplicate e la stabilità degli equilibri mondiali è stata messa duramente alla prova dall’interruzione delle catene di fornitura dovuta alla pandemia e ai dazi introdotti dall’amministrazione statunitense. Le aziende non possono più non tener conto dei fattori geopolitici e questo vale soprattutto per quelle italiane che sono fortemente orientate all’export e che sul territorio italiano non possono reperire quasi nessuna materia prima.

Uno studio di Kpmg ha messo in evidenza come fra i manager delle imprese tricolore ci sia consapevolezza di questa delicata situazione ma come, allo stesso tempo, debbano essere fatti ulteriori sforzi per approntare strategie per gestire questa particolare tipologia di rischio. Secondo il report “Competere nell’era del caos: gli impatti della geopolitica sulle strategie delle imprese”, realizzato dalla società di consulenza in collaborazione con Ipsos, emerge come più di un’azienda su due (55%) dichiari che l’incertezza del contesto geopolitico influenzi le scelte strategiche della propria organizzazione, ma solo una su quattro abbia già attivato un piano di crisi in risposta al clima di forte incertezza globale. Quasi due aziende su tre non ne ravvisano neanche la necessità o ritengono troppo difficile prevedere scenari alternativi, evidenziando così un atteggiamento che gli analisti di Kpmg chiamano “attendismo rassegnato”: non per superficialità, ma per la difficoltà di interpretare un contesto dove le variabili cambiano rapidamente.

A preoccupare le società intervistate sono soprattutto l’aumento dei costi dell’energia (questa risposta è stata data dal 41% del campione), l’inflazione (34%), i dazi (30%) e i conflitti armati (20%). In particolare, la guerra commerciale riaccesa da Donald Trump rappresenta un punto critico: per il 50% delle aziende che operano negli Usa, i dazi statunitensi hanno un impatto significativo sul fatturato e il 29% sta già cercando mercati alternativi, in particolare Sud America, Canada, Medio Oriente ed Emirati/Arabia Saudita.

Grafico a cura di Silvano Di Meo
Grafico a cura di Silvano Di Meo 

Vale però la pena sottolineare come le aziende più internazionalizzate - e dunque più esposte ai contraccolpi delle tensioni geopolitiche - siano anche quelle più ottimiste riguardo al futuro: il 27% prevede un miglioramento nel breve termine, il 43% nel medio periodo, contro percentuali inferiori tra chi opera solo sul mercato domestico. "Nonostante le tensioni - si legge nello studio - l’internazionalizzazione non è un tema messo in discussione; anzi, rappresenta la principale leva di resilienza. Ma deve essere ripensata: non più come una semplice espansione geografica, bensì come elemento di trasformazione dell’intero modello di business, puntando su una attenta selezione dei mercati di sbocco, una logistica robusta e scalabile, alleanze strategiche e filiere integrate, nonché su un management con solide competenze globali per favorire una cultura più aperta al cambiamento”.

Fra le strategie che le aziende tricolori stanno adottando per fronteggiare la crescente incertezza geopolitica ci sono la diversificazione - di mercati di sbocco e di fornitori - le alleanze, la revisione delle strategie e l’adozione di strumenti per mitigare il rischio. Il 46% degli intervistati ha indicato come strumento la diversificazione (il 36% la diversificazione dei mercati di sbocco e il 26% dei fornitori). Gli obiettivi principali di questa mossa sono la riduzione della dipendenza dagli Stati Uniti e dalla Cina e la costruzione di supply chain più resilienti. C’è poi un 29% di imprese che punta a rafforzare reti e collaborazioni, sia in Italia sia in Europa. “Il futuro sarà sempre più fatto di piattaforme condivise, ecosistemi industriali, reti logistiche integrate e filiere capaci di reagire collettivamente”, annota Kpmg. Il 60% delle aziende ha inoltre già rivisto o prevede di rivedere il proprio piano di business alla luce dell’incertezza dello scenario geopolitico, una percentuale che sale al 72% tra quelle che operano anche all’estero e all’84% tra le organizzazioni che operano negli Stati Uniti. La consapevolezza sta crescendo: le aziende che percepiscono un impatto geopolitico elevato sono anche quelle più attive nel ricalibrare le strategie. In materia di strumenti per la mitigazione del rischio, infine, spiccano le analisi previsionali di scenario (adottate dal 44% del campione), la pianificazione di strategie differenziate in risposta ai possibili cambiamenti futuri (25%) e l’elaborazione di piani volti a garantire la continuità a fronte dell’identificazione dei diversi rischi (23%). C’è però anche un quarto di aziende che non utilizza alcuno strumento di mitigazione.

Uno dei risultati più sorprendenti della ricerca riguarda il clima di fiducia che si respira fra le imprese italiane, anche in una situazione di caos come quella odierna: il 65% prevede che il fatturato rimarrà stabile nei prossimi due anni, mentre il 12% ipotizza una crescita grazie a nuovi mercati. Il 75% delle organizzazioni ritiene stabili o in aumento gli investimenti nel breve periodo e il 60% delle aziende continua a investire nella doppia transizione digitale e green, nonostante le incertezze. “Questo equilibrio tra cautela e positività - conclude lo studio di Kpmg - dimostra come molte imprese abbiano una struttura solida e una forte capacità di adattamento”.

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