Le farmacie italiane negli ultimi anni stanno cambiando pelle. Nel “buco” dell’assistenza di prossimità — in un Paese che invecchia e dove il numero dei medici di famiglia è da annotare con il segno meno — la rete farmaceutica si fa snodo del primo anello della sanità. Nell’ultimo rapporto di Federfarma si contano 20.295 farmacie nel Paese, per la maggior parte private (18.567 contro le appena 1.728 pubbliche).
Guardando alla geografia, si conteggiano 7.200 farmacie rurali in comuni sotto i 5.000 abitanti, 2 mila in comuni sotto i 1.500 abitanti. Piccole comunità, queste ultime, dove spesso la farmacia è l’unico presidio sanitario del territorio. Molte sono aperte anche di notte: 300 nei capoluoghi e 1.500 sul territorio. Nelle farmacie italiane lavorano circa 100mila persone, dei quali 21mila sono soci o titolari, la maggior parte donne (56%). Vale a dire una densità di una farmacia ogni 2.904-2.920 abitanti, contro una media europea di una ogni 3.214. Insomma, una delle reti più capillari del Vecchio Continente, con un fatturato che negli ultimi sette anni registra una crescita significativa: 27,9 miliardi di euro nel 2025, +14,3% rispetto al 2018 (24,4 miliardi).
Dati che si stagliano sul capovolgimento strutturale della piramide demografica e, quindi, su una crescente domanda di cura e assistenza. Eurostat registra che all’inizio del 2025 l’età media della popolazione italiana ha raggiunto 49,1 anni, contro una media Ue di 44,9 anni. L’Irlanda, il Paese più “giovane”, si ferma a 39,6 anni. Negli ultimi 10 anni l’età media italiana è cresciuta di 3,9 anni, tra gli incrementi più marcati d’Europa. Tutto questo si traduce in una media di 208 anziani ogni 100 under 15, contro un rapporto di circa 50 a 100 nel 1976. Le proiezioni indicano circa 4 milioni di residenti in meno entro il 2050 e una quota di over 65 al 34,6%. Un saldo negativo che il crollo della natalità, 1,14 figli per donna (Istat), non conforta.
Una popolazione più anziana significa più cronicità, più politerapie, necessità di monitoraggio continuativo e di prossimità. Quindi, necessità di investimenti per rendere più forte e preparato il servizio sanitario nazionale. Eppure, la spesa in sanità, secondo l’ultima analisi di Fondazione Gimbe, è “ferma”, mentre la domanda è in continua crescita. Il rapporto della spesa sul prodotto interno lordo (Pil) resta fermo al 6,4% fino al 2029. Il divario tra Fondo Sanitario Nazionale e fabbisogno reale, già a 3 miliardi nel 2023 e 4,3 miliardi nel 2024, è previsto salire a 7,1 miliardi nel 2027, 10,1 miliardi nel 2028 e 13,4 miliardi nel 2029. Oltre 30 miliardi cumulati nel triennio.
Un definanziamento strutturale che spinge a “esternalizzare” sempre più funzioni di primo livello verso attori già capillari sul territorio a un costo marginale più basso per lo Stato. In questo scenario frammentato e pieno di “buchi” nell’assistenza di prossimità, entra in gioco la rete farmaceutica, che non può sostituire il medico di famiglia, ma si candida ad alleggerirne il carico. Basti pensare che ogni giorno nelle farmacie, come registra Federfarma, entrano 4 milioni di cittadini, di cui 800mila in cerca di consigli sulla salute, mentre crescono i servizi clinici offerti.
L’elettrocardiogramma è disponibile nel 77,4% delle farmacie, holter cardiaco nel 73,4%, holter pressorio nel 72,4%. In Lazio, Lombardia ed Emilia-Romagna sono stati siglati nuovi accordi regionali (fino al 2029) per estendere vaccinazioni (antipneumococcico, HPV, difterite-tetano-pertosse), telemedicina, screening, prenotazioni CUP e distribuzione per conto, con l’esplicito obiettivo di alleggerire la pressione su ospedali e medici di base.
Un servizio che, registra il Censis, la popolazione italiana riconosce come fondamentale. Per il 97,2% la farmacia è infatti un servizio essenziale, mentre l’85,0% la considera un punto di riferimento per la sanità locale (percentuale che sale al 93,0% nelle aree rurali per anziani e persone a mobilità ridotta). Per il 78,8% dei cittadini, inoltre, il presidio farmaceutico aiuta a ridurre il carico di lavoro su ospedali e medici di medicina generale.
Ma quello che sta cambiando di più nella rete farmaceutica italiana, è la progressiva diminuzione delle farmacie a conduzione familiare per la crescita delle catene. L’evoluzione della proprietà nel settore farmaceutico mostra una trasformazione strutturale e costante verso modelli di gestione sempre più managerializzati e centralizzati. Sulla spinta della legge concorrenza del 2017 — che ha aperto la titolarità delle farmacie alle società di capitali con un limite del 20% su base regionale — il mercato sta progressivamente superando il classico modello a conduzione indipendente.
I dati confermano questo cambio di passo: le catene retail detengono già il 41,95% del mercato (inclusi i modelli di affiliazione forte), mentre le farmacie appartenenti a società di capitali sono salite dal 5% del 2023 al 6% del 2024, superando le 1.200 unità. Se al capitale diretto si sommano i gruppi comunali, i network “strong” e le catene reali, la quota di farmacie a “guida centrale” ha raggiunto il 20% nel 2024 e punta al 25% entro la fine del 2026.