Duecento miliardi dai data center

Duecento miliardi dai data center

Secondo A2A-Teha il settore può contribuire fino al 15% della crescita annua del Pil italiano al 2035 con 150mila posti di lavoro

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I data center sono il cuore pulsante della nuova economia digitale, ma il loro battito consuma energia a ritmi sempre più insostenibili: entro il 2035 assorbiranno quasi 1.600 TWh a livello globale, il 4% dei consumi elettrici mondiali. In Italia la quota potrà salire fino al 13%, trasformando questi hub da motori della competitività a possibili mine vaganti per il sistema elettrico se non governati con una strategia chiara. Sono le stime del position paper “L’Italia dei data center. Energia, efficienza, sostenibilità per la transizione digitale” — realizzato da Teha Group insieme ad A2A e presentato al Forum di Cernobbio –, che fotografa una trasformazione epocale in atto, trainata da intelligenza artificiale (AI), servizi cloud e Internet of Things (IoT).

Il quadro globale conta 10.332 data center distribuiti in 168 Paesi. Più della metà sono negli Stati Uniti, con oltre 5.400 strutture, seguiti dall’Unione europea che ne ospita 2.254. Il peso crescente dell’Europa è significativo, ma altrettanto lo sono i segnali di saturazione dei grandi hub storici: Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino fanno fatica a reggere i nuovi carichi per vincoli energetici, urbanistici e normativi.

È qui che si apre lo spazio per l’Italia. Con 168 data center e 513 MW di potenza installata, il Paese si posiziona al tredicesimo posto mondiale. Milano e la Lombardia stanno emergendo come polo strategico, con 238 MW che rappresentano il 46% della capacità nazionale, davanti a Madrid e oltre il doppio di Zurigo. In pochi anni, il capoluogo lombardo si è imposto come hub digitale europeo, attirando quote crescenti di investimenti.

Le stime indicano che la potenza installata potrebbe arrivare fino a 4,6 GW al 2035, quasi dieci volte i livelli attuali. In termini di consumi, la quota salirebbe dall’1,9% di oggi fino a un massimo del 13%.

Grafico a cura di Silvano Di Meo
Grafico a cura di Silvano Di Meo 

Le implicazioni sono dirompenti. Lo sviluppo dei data center in Italia potrebbe contribuire dal 6 al 15% della crescita annuale del Pil nazionale, con la creazione di 77 mila posti di lavoro nello scenario base e fino a 150 mila in quello full potential. La Data Economy italiana vale oggi 60,6 miliardi di euro, pari al 2,8% del Pil, e potrebbe superare i 200 miliardi entro il 2030 se il Paese riuscisse ad allinearsi ai livelli dei best performer europei.

Anche la dimensione degli investimenti è rilevante: da 23 a 35 miliardi nello scenario tendenziale e fino a 69 miliardi nello scenario più ambizioso. Numeri che mostrano come i data center non siano più un tema solo tecnologico, ma un asse portante della politica industriale e dell’attrattività economica nazionale.

Tuttavia, il nodo centrale resta quello energetico. I data center richiedono energia continua e stabile, 24 ore su 24, con profili di consumo costanti che non possono tollerare interruzioni. In questo senso diventano un banco di prova per il sistema elettrico italiano, che deve garantire sicurezza di approvvigionamento e sostenibilità. L’Italia dispone di un mix unico in Europa, dove il peso crescente delle rinnovabili si combina con il ruolo flessibile e affidabile delle centrali a ciclo combinato.

Grafico a cura di Silvano Di Meo
Grafico a cura di Silvano Di Meo 

“Ma senza una pianificazione strategica integrata il rischio è replicare modelli di crescita incontrollata con criticità energetiche e infrastrutturali, come accaduto in Irlanda, dove assorbono il 21% della domanda elettrica, o in Virginia, dove la concentrazione ha spinto al rialzo i consumi idrici”, avverte Lorenzo Tavazzi, senior partner e board member di Teha.

Il documento individua quattro leve strategiche per governare la crescita: il recupero del calore dei data center da immettere nelle reti di teleriscaldamento; l’utilizzo di aree brownfield, cioè spazi dismessi già allacciati alla rete, per ospitare nuovi poli; i contratti a lungo termine (Ppa) per garantire energia rinnovabile, tracciabile e stabile; la valorizzazione dei Raee, i rifiuti elettronici prodotti dagli impianti, che possono generare filiere nazionali di riciclo.

I benefici potenziali sono significativi: l’applicazione integrata di queste leve potrebbe evitare 5,7 milioni di tonnellate di CO2 l’anno, pari alle emissioni di 1,7 milioni di cittadini, con un beneficio economico stimato di 1,7 miliardi di euro. Solo il recupero del calore basterebbe a soddisfare il fabbisogno termico di 800 mila famiglie, riducendo del 5% le emissioni residenziali. L’impiego di Ppa potrebbe coprire fino al 74% del fabbisogno con fonti rinnovabili, mentre la valorizzazione dei Raee genererebbe 133 milioni di euro all’anno. Le aree dismesse, circa 3,7 milioni di metri quadrati (di cui il 16% già connesse alla rete), potrebbero ospitare impianti per una potenza complessiva di 600 MW, contribuendo alla rigenerazione urbana senza consumo di nuovo suolo.

I numeri confermano questa esigenza: solo tra febbraio e agosto di quest’anno sono state presentate 67 richieste di connessione per una capacità totale di 15 GW, un valore del 60% superiore alla capacità delle richieste presentate nel quinquennio 2019-2023 (9,1 GW).

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