Decarbonizzazione, Italia in affanno

Decarbonizzazione, Italia in affanno

Secondo il rapporto Zero Carbon Policy Agenda del Politecnico di Milano, nel 2024 le emissioni sono calate di 11 milioni di tonnellate di CO2, ma l’efficacia degli investimenti si è ridotta del 25%. Dei 79,6 miliardi del Pnrr destinati alla transizione ne è stato erogato solo il 34%. Nessuno degli obiettivi europei al 2030 appare pienamente raggiungibile

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La decarbonizzazione in Italia procede con un ritmo lento e disomogeneo. Rallentiamo mentre il resto d’Europa accelera, con il rischio concreto di perdere i benefici economici, industriali e sociali della transizione energetica. Le emissioni sono calate del 28,7% rispetto al 1990 e del 37,6% rispetto al 2005, ma dietro a questo dato pesa soprattutto la crescita più debole del nostro Pil (+46% negli ultimi vent’anni contro una media europea del +63%) e il declino di alcuni comparti energivori, più che l’efficienza energetica.

Il rapporto Zero Carbon Policy Agenda di Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano, presentato il 23 settembre, fotografa una transizione in affanno. Nel 2024 le emissioni sono scese di 11 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti, in linea con il passato ma ben lontane dai ritmi necessari per raggiungere gli obiettivi europei al 2030. E questo nonostante investimenti per 101 miliardi di euro nei dieci pilastri individuati dal report: rinnovabili, efficienza, reti, mobilità sostenibile, comunità energetiche, economia circolare, mercati del carbonio, Ccus, nucleare e misure trasversali.

Il nodo è che decarbonizzare è diventato più costoso. L’indicatore elaborato da E&S mostra un peggioramento netto: nel 2023 servivano 4,69 miliardi di euro per ridurre una megatonnellata di CO2, nel 2024 ne sono serviti 5,88. In un solo anno l’efficienza degli investimenti è calata del 25%. “I target a fine decennio non sono raggiungibili – avverte il direttore Vittorio Chiesa – ma il gap si può ancora ridurre, per restare agganciati alla traiettoria europea e non perdere competitività”.

La frenata è evidente in settori chiave come economia circolare e mobilità elettrica. E il Pnrr, che aveva spinto una prima fase di crescita, mostra crepe: dei 79,6 miliardi destinati alla decarbonizzazione, solo 27 miliardi (34%) risultano effettivamente erogati. L’avanzamento medio dei progetti è del 21%, appena in linea con la media complessiva del Piano. “Cento miliardi di euro sono un impegno enorme – osserva il vicedirettore Davide Chiaroni – ma senza efficacia rischiamo di finanziare la transizione altrui senza beneficiarne pienamente”.

Sul fronte delle riforme, invece, i numeri sono migliori: 28 target completati su 34, con un avanzamento medio dell’87%. Ma non basta, perché senza tradurre i miliardi investiti in riduzioni concrete delle emissioni l’Italia resta indietro. E il contesto europeo non aiuta: la nuova legislatura si apre in uno scenario geopolitico incerto, che imporrà un equilibrio delicato tra ambizioni climatiche e tenuta economica.

Il rapporto avverte: se continueremo lungo il percorso tracciato dal Pniec, al 2030 solo metà del gap sarà colmato. Nessun target sarà pienamente centrato, e il peso si scaricherà sul 2050, imponendo un’accelerazione drastica. Due le implicazioni: la riapertura del dibattito sull’equità dei target Ue e il rischio di un carico insostenibile per le generazioni future.

Da qui la proposta di una policy agenda che traduce in misure operative le indicazioni emerse dal confronto con imprese e partner. Per le rinnovabili le proposte spaziano dagli studi di renewable readiness alla semplificazione delle autorizzazioni, fino a una distribuzione territoriale più equilibrata della capacità installata. Le comunità energetiche sono considerate un pilastro strategico, con incentivi mirati alla diffusione nei territori periferici e al coinvolgimento delle Pmi.

Sul fronte dell’efficienza energetica, l’accento è posto su strumenti di valutazione più trasparenti, come il rapporto CO2 ridotta/euro investito, sull’accesso al credito e sul rafforzamento degli energy manager nella pubblica amministrazione. Quanto alla mobilità sostenibile, le proposte guardano al potenziamento del trasporto pubblico, all’intermodalità e alla diffusione di infrastrutture anche nelle aree rurali, non solo nelle metropoli.

Per Ccus e mercati del carbonio le idee vanno dai contratti per differenza nei settori hard-to-abate a un quadro chiaro per il carbon farming e all’ampliamento dell’Ets con crediti di rimozione di CO2. Infine, l’economia circolare: emerge l’urgenza di regole dedicate al fine vita di impianti fotovoltaici e batterie, per trasformare un potenziale problema in un’opportunità industriale.

Tre le direttrici comuni che il rapporto mette nero su bianco: semplificazione, trasparenza, parametri di efficacia. Ma soprattutto la necessità di ampliare il coinvolgimento di cittadini, imprese e territori, per trasformare la transizione da promessa astratta a percorso condiviso. Senza un cambio di passo, la decarbonizzazione resterà un’occasione mancata.

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