Siccità, perso un terzo dei raccolti. La sete dei campi potrebbe costare fino a 6 miliardi

Siccità, perso un terzo dei raccolti. La sete dei campi potrebbe costare fino a 6 miliardi
Piogge dimezzate, suolo inaridito che non riceve sollievo da tempeste improvvise capaci solo di provocare danni. L'allarme delle associazioni di categoria: "Servono nuovi invasi"
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Campi arsi dal sole e poi devastati da grandinate improvvise. Il caldo soffocante, gli incendi e la siccità, interrotti improvvisamente da trombe d'aria e nubifragi. Questi eventi atmosferici estremi stanno martoriando le campagne, mettendo in ginocchio l'agricoltura italiana. Il suolo brucia, inaridisce, con un impatto negativo sui raccolti di mais, riso e grano e sulla disponibilità di foraggio per gli animali. Mentre l'acqua scaricata dai forti temporali non dà sollievo alla terra, perché le precipitazioni violente e le tempeste di vento provocano danni e allagamenti a serre e cascine, abbattono gli alberi, devastano i vigneti e la frutta. 

Sono le conseguenze del cambiamento climatico che da Nord a Sud fanno pesare ancora di più le carenze infrastrutturali di cui soffre l'intera Penisola e la necessità di interventi di manutenzione, risparmio, recupero e riciclaggio delle acque. Come spiega Coldiretti, solo per la siccità la stima aggiornata dei danni nel 2022 potrebbe arrivare a sei miliardi di euro con i dati di luglio (aveva superato i tre miliardi fino a giugno), con la perdita del 10% del valore della produzione agricola nazionale. Da qui l'importanza di investire nel potenziamento della rete di invasi, creando bacini e impiegando anche le ex cave per raccogliere l'acqua piovana. I calcoli dell'associazione degli agricoltori mostrano l'entità del problema: con il dimezzamento delle piogge nel 2022, le perdite stimate per i raccolti di riso sono del 30% e quelle relative a mais e foraggi per l'alimentazione degli animali salgono al 45%. 

Anche la Cia (Confederazione italiana agricoltori) ha lanciato l'allarme per la produzione di mais. L'associazione parla di un possibile crollo del 50%, con una resa di 40/50 quintali per ettaro: il livello di autosufficienza scenderebbe così al 30%. E in precedenza aveva espresso timori per la soia, con il rischio di una perdita del 50%. Produzioni il cui mercato è già sotto stress per via della guerra in Ucraina. Altri cali riguardano il latte nelle stalle (-20%), con le mucche stressate per il caldo; il frumento duro per la pasta nelle regioni del Sud Italia (-30%); e il frumento tenero, in diminuzione di oltre un quinto, la frutta (-15%), cozze e vongole (-20%), uccise dalla mancanza di ricambio idrico nel Delta del Po. 

La crisi idrica e agricola si inserisce in un contesto di tensioni geopolitiche e rincari delle materie prime, che fanno alzare i costi di produzione: esemplificativi a riguardo sono gli aumenti record dei concimi (+170%), dei mangimi (+129%) e del gasolio (+129%), segnala Coldiretti. Che ricorda anche il problema della dipendenza del Paese dall'estero in alcuni settori: l’Italia, infatti, importa il 62% del proprio fabbisogno di grano per la produzione di pane e biscotti, il 35% del grano duro per la pasta e il 46% del mais di cui ha bisogno per l’alimentazione del bestiame. E tutte queste dinamiche hanno naturalmente un riflesso non solo sulla redditività delle imprese agricole, visto che circa 332 mila aziende stanno attraversando una fase di grave difficoltà economica, ma anche sul carrello della spesa delle famiglie. Con la diminuzione della resa dei raccolti, infatti, i prezzi di vendita per frutta e verdura sono aumentati, rispettivamente, del 10,8% e del 11,8%. 

Come ricorda Coldiretti, in questi primi sei mesi del 2022 la temperatura è stata superiore di circa 0,76 gradi rispetto alla media storica, con le precipitazioni che hanno subito un calo del 45%. Si assiste sempre di più a una tendenza verso la tropicalizzazione del clima, ha spiegato l'organizzazione, "con una maggiore frequenza di eventi violenti, precipitazioni brevi ma intense, il rapido passaggio dal sole al maltempo e sbalzi termici significativi". Le prime regioni a finire in stato di emergenza sono state Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna. La siccità ha riguardato fin dall'inizio dell'anno l'Italia centro-settentrionale. Le analisi hanno mostrato situazioni difficili per i distretti del Fiume Po, delle Alpi Orientali e dell'Appennino Settentrionale e trend in peggioramento per il distretto dell'Appennino Centrale. 

In particolare, la crisi idrica del bacino del Po sta interessando oltre un terzo della produzione agricola nazionale, tra varie coltivazioni e gli allevamenti nella pianura padana. E secondo l'Osservatorio dell'Anbi, l'associazione nazionale dei Consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue, l'emergenza idrica si sta espandendo nel Sud Italia. Un fenomeno che non è recente secondo le rilevazioni effettuate dall’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale: negli ultimi 30 anni (1991-2020) la disponibilità di acqua nella Penisola si è ridotta del 19% rispetto al trentennio 1921-1950, che rappresenta il valore di riferimento storico. 

Il problema è aggravato dalle inefficienze delle infrastrutture italiane. Il Paese perde 500 mila metri cubi di acqua al minuto secondo Coldiretti: una quantità che potrebbe invece garantire una riserva idrica in momenti di emergenza, considerando che circa il 28% del territorio nazionale è a rischio desertificazione. Per questo, bisogna agire secondo alcune direttrici sottolinea il Mipaaf: promuovendo un uso più razionale delle risorse, con l'impiego di sistemi di irrigazione più efficienti e a basso impatto; rendendo più efficiente la rete idrica; e ancora, aumentando la capacità di stoccaggio dell’acqua, ammodernando gli invasi esistenti e realizzando nuove opere. 

Su questo punto, Coldiretti e Anbi hanno presentato 223 progetti (il piano Laghetti), pronti e quindi immediatamente cantierabili, per la realizzazione di 10.000 invasi medio-piccoli entro il 2030 in zone collinari e di pianura, dal Veneto alla Calabria, passando per Toscana ed Emilia-Romagna. Sul tema generale degli invasi, però, alcune organizzazioni sono critiche, come il Centro italiano per la riqualificazione fluviale, che fa notare il loro impatto sui sistemi idrografici, sottolineando che gli sbarramenti sono causa “del mancato raggiungimento del buono stato ecologico in almeno il 20% dei corpi idrici europei”.

 Grafico a cura di Silvano Di Meo
 Grafico a cura di Silvano Di Meo 

La morsa della crisi idrica

La crisi idrica è un problema che l'Italia sta affrontando da tempo e che gli eventi di siccità estrema, uniti alle carenze delle infrastrutture nazionali, contribuiscono ad aggravare. L'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) calcola che negli ultimi trent’anni, dal 1991 al 2020, il valore annuo medio di risorsa idrica disponibile nella Penisola è diminuito del 19% rispetto al valore di riferimento storico del trentennio 1921-1950. E le tendenze per il futuro sono preoccupanti. Considerando l'impatto del cambiamento climatico, l'istituto stima una riduzione della disponibilità di risorse idriche che oscilla tra il 10% e il 40%, a seconda dello scenario di crescita delle emissioni di gas serra.

Intanto, i dati dell'Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima e del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) hanno confermato per quest'anno precipitazioni dimezzate rispetto alle medie del periodo, con un deficit del 47% a livello nazionale. Di fronte a questa emergenza, ancora più allarmante diventa la questione delle perdite in rete del servizio di distribuzione dell’acqua potabile, pari al 36% nei 109 Comuni capoluogo di provincia e di città metropolitana, nel 2020. Altrettanto problematica è la scarsa capacità di stoccaggio dell'acqua piovana che, secondo le stime del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, in Italia è pari a circa l'11%.