Verso una battaglia legale sul voto Usa, il mondo col fiato sospeso
(afp)

Verso una battaglia legale sul voto Usa, il mondo col fiato sospeso

Europa, Francia, Regno Unito, Cina e Russia non si sbilanciano in attesa di un vincitore. Ma mentre Bruxelles tifa per Biden, Mosca e Pechino gongolano alla prospettiva di un'America più divisa e più debole
3 minuti di lettura
Nessun risultato, ma Donald Trump già minaccia battaglia legale se lo sfidante Joe Biden dovesse rivendicare la vittoria. E mentre le cancellerie europee evitano di sbilanciarsi "prima di conoscere i risultati", Mosca e Pechino gongolano alla prospettiva di un'America più divisa e dunque più debole. Solo l'oppositore russo Navalnyj vede un lato positivo nell'incertezza: "Mi sono svegliato per controllare chi avesse vinto su Twitter. Non è ancora chiaro. Ecco quella che io chiamo un'elezione". 

L'Europa tifa in silenzio per Biden

Dal nostro corrispondente a Bruxelles, Alberto D'argenio
L'Europa è con il fiato sospeso, istituzioni e grandi Cancellerie restano in silenzio nella snervante attesa di conoscere l'esito del voto statunitense. Solo il premier sloveno, Janez Jansa, rompe le consegne e si sbilancia attribuendo la vittoria a Donald Trump con tanto di felicitazioni. Piccata la reazione della Commissione Ue: "Chi fa commenti prima di conoscere i risultati si prende le sue responsabilità". D'altra parte Jansa è l'unico leader dell'Unione a tifare per Trump insieme a Viktor Orbàn, che nell'America First del presidente Usa vede un'assonanza con il suo sovranismo filo russo condito dalla democrazia illiberale. In realtà il resto d'Europa tifa (silenziosamente) per Joe Biden, sperando che un cambio della guardia a Washington riporti il sereno nelle relazioni transatlantiche. Chi ha la libertà di parlare sono i gruppi politici dell'Europarlamento. Socialisti e democratici attaccano Trump accusando il suo annuncio preventivo di ricorso alla Corte suprema. Fratelli d'Italia con l'eurodeputato Carlo Fidanza invece afferma che "la narrazione della fine del trumpismo era sbagliata". Prova a rimettere ordine l'Alto rappresentante della Ue Josep Borrell: a prescindere dal vincitore, "vogliamo un forte partenariato transatlantico".

Il "no comment" della Francia

Dalla nostra corrispondente a Parigi, Anais Ginori
Alla luce dell'incertezza del risultato e della battaglia politica e legale che si profila no comment anche dall'Eliseo. La luna di miele tra Emmanuel Macron e Donald Trump è finita da tempo ma il presidente francese si è ben guardato dallo schierarsi apertamente per Biden. "Non è mio compito auspicare o meno la rielezione di un dirigente internazionale, è mio dovere fare di tutto per lavorare bene con chi viene eletto" aveva commentato Macron qualche settimana fa ricordando che l'America, è "partner essenziale nella sicurezza collettiva". Grande prudenza anche nel mondo politico francese dove solo Marine Le Pen si sbilancia in favore di Trump. Una vittoria del presidente americano uscente, dice la leader sovranista, "sarebbe meglio per la Francia". "Donald Trump, è il ritorno delle nazioni, la fine della mondializzazione selvaggia, di questa scomparsa delle frontiere che, credo, ha fatto molto male alle nazioni" ha aggiunto Le Pen. 

Il modello democratico americano "in declino" piace alla Cina

Dal nostro corrispondente a Pechino, Filippo Santelli
Dalla Cina tutto tace. Pechino non vuole certo esporsi di fronte a un risultato così incerto. Eppure lo scenario che si profila negli Stati Uniti è il più favorevole per il Dragone. Gli Stati Uniti escono dal giorno elettorale spaccati a metà, Donald Trump minaccia di scatenare un conflitto istituzionale, qualsiasi presidente emerga vincitore dalla sfida non dovrebbe avere il controllo del Parlamento. Sono tutti elementi che rafforzano la narrativa di una "crisi" del modello americano. Nelle scorse ore quotidiani nazionalisti come il Global Times lo hanno scritto in modo esplicito: gli Stati Uniti sono in declino. Ma in fondo lo dice anche Xi Jinping, in modo meno diretto, parlando dei "cambiamenti secolari" e delle "opportunità" che si aprono per la Cina. Pechino è sempre convinta che tra Trump e Biden non cambi molto, gli Stati Uniti sono decisi a contenere l'ascesa del Dragone, ormai identificato come principale rivale. Ma se la Cina saprà rafforzarsi, conquistare l'autosufficienza nelle tecnologie chiave, è convinta di poter resistere.

La vittoria di Trump è lo scenario migliore per Boris

Dal nostro corrispondente a Londra, Antonello Guerrera
"Deciderà la democrazia americana, con i suoi meccanismi. Noi siamo neutrali e siamo amici di entrambi i candidati alla Casa Bianca", dichiara cauto il ministro degli Esteri Dominic Raab alla luce dello stallo sulle elezioni Usa, il Paese alleato più importante di Londra. Ma le cose non stanno esattamente cosi. Il governo di Boris Johnson teme l'elezione di Joe Biden, per vari motivi: con il democratico già vice di Obama, un accordo commerciale Uk-Usa post Brexit sarebbe più complicato. Biden, inoltre, considera vitale il rapporto con l'Europa e non a caso Obama disse che con l'uscita dall'Ue Londra sarebbe finita "in fondo alla fila". Infine, Biden è di mamma irlandese e tiene moltissimo alla pace in Irlanda del Nord, altro ostacolo per il premier Johnson dopo l'ultimo disegno di legge sul mercato interno britannico che potrebbe metterla in pericolo e che viola i trattati internazionali (nella fattispecie, l'accordo di divorzio Brexit firmato lo scorso autunno da Uk e Ue). Insomma, la rielezione di Trump è lo scenario migliore per Boris. Nonostante oggi sia il giorno in cui l'America esce ufficialmente dagli accordi sul clima di Parigi per decisione dello stesso Trump, e l'anno prossimo Londra, insieme all'Italia, organizzerà il vertice sul clima Cop26 per cui sarebbe importantissima la convergenza degli Stati Uniti.

La Russia si gode lo spettacolo

Di Rosalba Castelletti
Il Cremlino resta in silenzio. Ma davanti a un esito delle presidenziali americane così incerto che probabilmente scatenerà una lunga battaglia giudiziaria e polarizzerà ulteriormente gli Stati Uniti, in molti nella Federazione non riescono a trattenere l'entusiasmo. C'è chi come il deputato Vjacheslav Nikonov, nipote del ministro degli Esteri di Stalin, Molotov, invita i suoi connazionali a fare scorte di popcorn per seguire lo spettacolo. E chi come il leader del partito d'opposizione Russia Giusta Serghej Mironov gongola: "Stiamo assistendo a qualcosa di sorprendente: sembra che il boomerang delle cosiddette rivoluzioni colorate che gli Stati Uniti hanno lanciato nell'ex Urss stia tornando a casa". Stavolta, insistono in tanti, a differenza che nel 2016, non c'è accusa d'interferenza che tenga. Konstantin Kosachev, presidente della commissione Esteri del Consiglio della Federazione, il Senato russo, lo dice chiaramente: "Il tema di qualche interferenza russa, mai provata in modo convincente ma abbastanza per attaccare costantemente Trump, è rimasto al centro della realtà americana sin dal 2016... Stavolta invece gli sconfitti non potranno ricorrere a simili argomentazioni". Anche l'oppositore Aleksej Navalnyj festeggia, ma per tutt'altre ragioni: "Mi sono svegliato per controllare chi avesse vinto su Twitter. Non è ancora chiaro. Ecco quella che io chiamo un'elezione".