SVILUPPARE soluzioni innovative per affrontare con strumenti ed energie nuove le sfide del contesto urbano. L'iniziativa europea si chiama UIA - Urban Innovative Actions e finanzia progetti innovativi in diverse città del continente con bandi di taglio medio-piccolo, intorno ai 5 milioni di euro. In Italia, la città di Torino nel 2016 aveva partecipato al primo in partnariato con la Fondazione Cascina Roccafranca - capofila della Rete delle Case del Quartiere - , con l'università di Torino e con l'Anci nazionale. Il progetto presentato puntava a costruire dei patti di collaborazione con le organizzazioni della cittadinanza attiva con l'obiettivo di realizzare progetti di cura dello spazio pubblico, all'insegna della co-gestione e della co-progettazione. Talmente bello da aggiudicarsi al volo i 5 milioni del bando, finanziati dal fondo europeo di sviluppo regionale all'80%.
Fondato su collaborazione tra pubblica amministrazione e organizzazioni formali e informali della cittadinanza attiva attraverso uno strumento innovativo come il regolamento sui beni comuni - la prima città ad adottarlo fu Bologna nel 2014 - il progetto si basa sull'approvazione di patti per la gestione condivisa e sperimenta l'uso di questi strumenti per promuovere processi di rigenerazione urbana, soprattutto nelle periferie.
"Abbiamo individuato edifici in condizioni o di inutilizzo o di sottoutilizzo - spiega Gianni Ferrero, funzionario del Comune di Torino, responsabile del progetto Co-City - e attraverso una consultazione pubblica abbiamo chiesto alle organizzazioni della cittadinanza di presentarci proposte. Ne sono arrivate oltre 200. Le abbiamo esaminate e su quelle più fattibili abbiamo messo in campo attività di riqualificazione di edifici e di spazi pubblici, stipulando una 50ina di patti di collaborazione".
I "patti di collaborazione" consistono in azioni di tipo molto vario, da quella del piccolo gruppo informale di cittadini che si prende cura dell'aiuola sotto casa o organizza attività socio-culturali, alla ristrutturazione e costruzione di centri di servizi attraverso strumenti cogestiti dalla città e dai cittadini. "In tutto questo processo, - continua Ferrero - la Rete delle Case di Quartiere ha avuto un ruolo importante. Questa rete rappresenta un'esperienza torinese molto particolare, simile al centro polifunzionale, fatta di luoghi pubblici di aggregazione informale, con una gestione molto sburocratizzata. Spesso mi dicono: "Bello questo posto, non sembra neanche del Comune!". Battute a parte, è una rete fatta di luoghi adatti a tutti, agli anziani come ai giovani, alle famiglie come ai lavoratori. Posti in cui succedono tante cose, attenti al fermento della comunità locale e pieni di persone che sanno come e dove dare una mano".
L'ulteriore particolarità del patto di collaborazione è che non vengono erogati finanziamenti alle associazioni. Di solito nei casi di collaborazione tra amministrazione e cittadinanza o si erogano contributi o si concede un immobile, ma in questo caso l'idea è stata diversa, le parole chiave sono state fin dall'inizio co-progettazione e co-gestione. "Ciascuno cede un po' di sovranità, - conclude Ferrero - non c'è l'amministrazione che giudica ma qualcuno che mette a disposizione i propri saperi per lavorare insieme. Abbiamo scelto questa strada innanzitutto perchè penso che sia necessario sviluppare strumenti nuovi per restituire la complessità della città, e poi perchè credo che uno degli elementi di crisi delle città sia la mancanza di fiducia tra cittadinanza e istituzioni". Questi strumenti lavorano esattamente sulla dimensione reciproca. Sulla base del presupposto che rigenerare la città significa seminare fiducia.
Il progetto è realizzato con il contributo della Commissione Europea. Dei contenuti editoriali sono ideatori e responsabili gli autori degli articoli. La Commissione non può essere ritenuta responsabile per qualsivoglia uso fatto delle informazioni e opinioni riportate.
Fondato su collaborazione tra pubblica amministrazione e organizzazioni formali e informali della cittadinanza attiva attraverso uno strumento innovativo come il regolamento sui beni comuni - la prima città ad adottarlo fu Bologna nel 2014 - il progetto si basa sull'approvazione di patti per la gestione condivisa e sperimenta l'uso di questi strumenti per promuovere processi di rigenerazione urbana, soprattutto nelle periferie.
"Abbiamo individuato edifici in condizioni o di inutilizzo o di sottoutilizzo - spiega Gianni Ferrero, funzionario del Comune di Torino, responsabile del progetto Co-City - e attraverso una consultazione pubblica abbiamo chiesto alle organizzazioni della cittadinanza di presentarci proposte. Ne sono arrivate oltre 200. Le abbiamo esaminate e su quelle più fattibili abbiamo messo in campo attività di riqualificazione di edifici e di spazi pubblici, stipulando una 50ina di patti di collaborazione".
I "patti di collaborazione" consistono in azioni di tipo molto vario, da quella del piccolo gruppo informale di cittadini che si prende cura dell'aiuola sotto casa o organizza attività socio-culturali, alla ristrutturazione e costruzione di centri di servizi attraverso strumenti cogestiti dalla città e dai cittadini. "In tutto questo processo, - continua Ferrero - la Rete delle Case di Quartiere ha avuto un ruolo importante. Questa rete rappresenta un'esperienza torinese molto particolare, simile al centro polifunzionale, fatta di luoghi pubblici di aggregazione informale, con una gestione molto sburocratizzata. Spesso mi dicono: "Bello questo posto, non sembra neanche del Comune!". Battute a parte, è una rete fatta di luoghi adatti a tutti, agli anziani come ai giovani, alle famiglie come ai lavoratori. Posti in cui succedono tante cose, attenti al fermento della comunità locale e pieni di persone che sanno come e dove dare una mano".
L'ulteriore particolarità del patto di collaborazione è che non vengono erogati finanziamenti alle associazioni. Di solito nei casi di collaborazione tra amministrazione e cittadinanza o si erogano contributi o si concede un immobile, ma in questo caso l'idea è stata diversa, le parole chiave sono state fin dall'inizio co-progettazione e co-gestione. "Ciascuno cede un po' di sovranità, - conclude Ferrero - non c'è l'amministrazione che giudica ma qualcuno che mette a disposizione i propri saperi per lavorare insieme. Abbiamo scelto questa strada innanzitutto perchè penso che sia necessario sviluppare strumenti nuovi per restituire la complessità della città, e poi perchè credo che uno degli elementi di crisi delle città sia la mancanza di fiducia tra cittadinanza e istituzioni". Questi strumenti lavorano esattamente sulla dimensione reciproca. Sulla base del presupposto che rigenerare la città significa seminare fiducia.
Il progetto è realizzato con il contributo della Commissione Europea. Dei contenuti editoriali sono ideatori e responsabili gli autori degli articoli. La Commissione non può essere ritenuta responsabile per qualsivoglia uso fatto delle informazioni e opinioni riportate.