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Candele accese in piazza Dizengoff a Tel Aviv in segno di solidarietà con Israele e per ricordare le vittime dell'attacco di Hamas da Gaza

 (reuters)

La ferita che cambia Israele

La strage del 7 ottobre ha gettato in una profonda crisi identitaria un Paese che per anni si è affidato a forze armate e sistemi di sicurezza ma ora si sente tradito. Netanyahu adesso rischia di essere archiviato. Ma intanto nel sangue affonda il sogno di convivenza di scrittori e pacifisti. La nazione si rialzerà, ma ci vorrà tempo
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TEL AVIV – I cartelli vergati con la vernice rossa su Kaplan Street, il luogo che per nove mesi è stato l’epicentro delle proteste contro la riforma giudiziaria del governo Netanyahu che hanno spaccato il Paese, sono il segno più evidente di come sia cambiato Israele in una settimana. «Ora o mai più: distruggete Gaza». E ancora: «Uccideteli tutti». Prima del 7 ottobre trovare qualcosa di simile qui, nel cuore laico di questa nazione, nel centro più multiculturale, pacifista e all’avanguardia dell’intero Medio Oriente, sarebbe stato impensabile. Ma oggi è un altro giorno: e questo è un altro Paese.

Ferito, scioccato, smarrito, Israele vive in questi giorni e vivrà nei prossimi mesi una profonda crisi identitaria: un Paese che per anni si è fidato e affidato alle sue forze armate, ai suoi sistemi di sicurezza, sabato si è sentito tradito, abbandonato, ingannato. L’esame di coscienza è appena cominciato: rimbalza dai giornali alle tv ma resta sottovoce, perché la priorità oggi è un’altra…

TEL AVIV – I cartelli vergati con la vernice rossa su Kaplan Street, il luogo che per nove mesi è stato l’epicentro delle proteste contro la riforma giudiziaria del governo Netanyahu che hanno spaccato il Paese, sono il segno più evidente di come sia cambiato Israele in una settimana. «Ora o mai più: distruggete Gaza». E ancora: «Uccideteli tutti». Prima del 7 ottobre trovare qualcosa di simile qui, nel cuore laico di questa nazione, nel centro più multiculturale, pacifista e all’avanguardia dell’intero Medio Oriente, sarebbe stato impensabile. Ma oggi è un altro giorno: e questo è un altro Paese.

Ferito, scioccato, smarrito, Israele vive in questi giorni e vivrà nei prossimi mesi una profonda crisi identitaria: un Paese che per anni si è fidato e affidato alle sue forze armate, ai suoi sistemi di sicurezza, sabato si è sentito tradito, abbandonato, ingannato. L’esame di coscienza è appena cominciato: rimbalza dai giornali alle tv ma resta sottovoce, perché la priorità oggi è un’altra. «Prima rispondiamo. Poi facciamo l’inchiesta», è la risposta che il colonnello Daniel Hagari, portavoce delle Forze Armate continua a dare ai giornalisti.

Ma il tempo della resa dei conti presto arriverà: sul banco degli imputati il governo e il suo leader, quel Benjamin Netanyahu che pochi mesi fa è diventato il leader più longevo della Storia del Paese e che negli ultimi vent’anni è risorto dalle ceneri più o più volte. Oggi però forse no: perché più di mille israeliani brutalmente assassinati nel massacro più grande dai giorni dell’Olocausto potrebbero essere troppi anche per “Bibi il mago”. C’è chi già ipotizza per lui un fine simile a quella di Golda Meir dopo la guerra del Kippur, che colse Israele di sorpresa, ma in cui alla fine lo Stato ebraico prevalse: giù il sipario, uscita di scena, avanti un altro.

E’ ciò a cui punta l’uomo che ha accettato di affiancarlo in queste ore e che punta a sostituirlo: Benny Gantz, un politico di centro ma anche un ex generale che di guerre da ex Capo di Stato maggiore e non solo, ne ha viste e fatte tante.

Con le vittime del 7 ottobre qui in Israele è morto anche il sogno che un’intera generazione - quella dei tre grandi tenori della letteratura israeliana, Abraham Yehoshua, Amos Oz e David Grossman - aveva tenacemente coltivato, anche a costi di feroci scontri interni sulle modalità attraverso cui raggiungere l’obiettivo. Il dialogo, la convivenza, la pace. Che fossero due Stati o uno solo, quello che era non tornerà: «Dovranno passare molti anni, anni senza guerre, prima che si possa pensare a una riconciliazione, a una guarigione. Nel frattempo, possiamo solo immaginare l’intensità delle ansie e dell’odio che ora schizzeranno in superficie», scriveva qualche giorno fa sulle colonne di Repubblica Grossman.

Qualcosa non cambierà: il posizionamento di Israele nella regione, la necessità di aprirsi ai Paesi arabi suggellata dagli Accordi di Abramo del 2020, e il cammino di distensione con l’Arabia Saudita. Che rallenterà, ma non si fermerà: perché oggi più che mai il nemico è comune, quell’Iran che nel tempo è diventato anche lo sponsor numero uno di Hamas e che è sospettato di aver avuto un ruolo nella pianificazione degli attacchi proprio allo scopo di fermare il processo di dialogo fra israeliani e sauditi .

Una cosa sola sembra certa oggi: ferito, scioccato, smarrito, Israele non è sconfitto. Non finora almeno, con i suoi soldati ancora fuori da quella trappola mortale che potrebbe essere Gaza. Lo dimostrano le menti milionarie dell’high tech che da giorni, senza tregua, cercano tracce degli scomparsi. I riservisti che sono corsi in caserma al primo segno di quello che stava accadendo, nonostante le polemiche degli ultimi mesi. I ragazzi che senza sosta raccolgono e smistano materiali per gli sfollati con un’energia che fa pensare a quella che devono aver avuto i fondatori dei primi kibbuz. E’ un Paese nato dalla disperazione e dalla volontà di resistere alla morte questo: con tutti i suoi limiti, lo farà ancora una volta.

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