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Due popoli orfani di pace

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“I palestinesi sono il nostro peccato originale”, diceva Peres smentendo l’ideatore del sionismo Herzl che definiva la Palestina una terra disabitata. Per il Premio Nobel l’unica strada da seguire era dare uno Stato al nemico. Ma quando Arafat ha avuto l’occasione, ha reagito scatenando la Seconda Intifada
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«I palestinesi sono il nostro peccato originale», mi disse Shimon Peres, il grande laburista israeliano, ex ministro degli Esteri, premio Nobel per la pace, ex primo ministro, che anni dopo la nostra intervista sarebbe diventato presidente. «Nel 1896 - spiegava Peres - quando Theodore Herzl, l’ideatore del sionismo, coniò lo slogan ‘un popolo senza una terra va a una terra senza un popolo’, su quella terra un popolo c’era già, gli arabi. E per mondarsi dal peccato originale, Israele ha soltanto una strada: dare loro uno Stato». Gira attorno a questo dilemma il conflitto secolare che, dopo l’attacco di Hamas definito “l’11 settembre israeliano”, ha messo in moto a Gaza una guerra in grado di incendiare il Medio Oriente. Un conflitto che non riguarda solo israeliani e palestinesi, ma pesa sulla coscienza del mondo civilizzato, perché rappresenta la somma di due ingiustizie, distribuendo torti e ragioni fra entrambe le parti e rendendo estremamente complicato risolverlo.

La prima ingiust…

«I palestinesi sono il nostro peccato originale», mi disse Shimon Peres, il grande laburista israeliano, ex ministro degli Esteri, premio Nobel per la pace, ex primo ministro, che anni dopo la nostra intervista sarebbe diventato presidente. «Nel 1896 - spiegava Peres - quando Theodore Herzl, l’ideatore del sionismo, coniò lo slogan ‘un popolo senza una terra va a una terra senza un popolo’, su quella terra un popolo c’era già, gli arabi. E per mondarsi dal peccato originale, Israele ha soltanto una strada: dare loro uno Stato». Gira attorno a questo dilemma il conflitto secolare che, dopo l’attacco di Hamas definito “l’11 settembre israeliano”, ha messo in moto a Gaza una guerra in grado di incendiare il Medio Oriente. Un conflitto che non riguarda solo israeliani e palestinesi, ma pesa sulla coscienza del mondo civilizzato, perché rappresenta la somma di due ingiustizie, distribuendo torti e ragioni fra entrambe le parti e rendendo estremamente complicato risolverlo.

La prima ingiustizia dura da duemila anni: l’antisemitismo che ha colpito gli ebrei con massacri, persecuzioni e discriminazioni, culminato nel criminale progetto nazista di farli scomparire con la Shoah, lo sterminio di sei milioni di ebrei nei campi di concentramento di Hitler. Prima che l’odio razziale raggiungesse le camere a gas, Herzl vede come unica via di salvezza la creazione di uno Stato ebraico nella Terra Promessa dell’Antico Testamento. Lì, un millennio prima di Cristo, si era sviluppato il regno di Israele di Davide e Salomone. Da lì gli ebrei non se n’erano mai del tutto andati. E lì tornano, sospinti dal sionismo: da Sion, nome del monte che sorge fuori dalla Città Vecchia di Gerusalemme.

La scintilla è il processo ad Alfred Dreyfus, un ufficiale ebraico dell’esercito francese iniquamente condannato. Il via libera viene nel 1917 da lord Balfour, ministro degli Esteri britannico, che incoraggia la nascita di «un focolaio nazionale ebraico in Palestina», la regione così denominata dagli antichi Romani e passata dall’Impero ottomano al Regno Unito dopo la Prima guerra mondiale. Nel quarto di secolo successivo, sempre più immigrati ebrei comprano terre in Palestina. La convivenza con gli arabi diventa progressivamente più difficile, risultando in aggressioni reciproche. Dopo l’orrore dell’Olocausto, nel 1947 le neonate Nazioni Unite approvano 37 voti a 13, con 10 astensioni, la spartizione della Palestina britannica in due Stati: uno per gli ebrei, uno per i palestinesi.

Un compromesso salomonico, che gli ebrei accettano, ma i palestinesi rifiutano: se l’Occidente si sente colpevole per l’Olocausto, obiettano, perché devono essere gli arabi a fare posto agli ebrei? Dal loro punto di vista, lì ha inizio la seconda ingiustizia. D’altra parte, dove possono andare gli ebrei, se non nella terra dei padri? Il risultato è che la guerra civile tra ebrei e palestinesi diventa guerra a tutti gli effetti fra ebrei e arabi. La dinamica è spesso simile. Egitto, Siria e loro alleati attaccano Israele, Israele risponde, o previene l’attacco, e prevale. Scoppia praticamente una guerra ogni decennio: nel 1948, 1956, 1967, 1973, 1982, a cui seguono la Prima Intifada (1987-’93), rivolta con le pietre tirate da giovani palestinesi, la Seconda Intifada (2000-2005), a base di attentati suicidi, e le “guerre di Gaza” (dal 2006 a oggi), dove ad attaccare Israele sono Hamas e altri gruppi fondamentalisti islamici.

Nel frattempo, tre fenomeni si intersecano con la guerra. Uno è il terrorismo: attentati contro istituzioni pubbliche o privati cittadini, in Israele o dovunque siano gli ebrei. Un altro è la crescita degli insediamenti ebraici nei Territori Occupati, portando via sempre più terra ai palestinesi: da mille coloni nel 1972 a 100 mila nel 1993 a più di mezzo milione oggi. Il terzo è il negoziato di pace. Per vent’anni, dal 1948 al 1967, quando la striscia di Gaza appartiene all’Egitto e la Cisgiordania alla Giordania, i governi del Cairo e di Amman se le tengono strette. È l’occupazione israeliana di Cisgiordania e Gaza, dopo la guerra dei Sei Giorni del ’67, ad accrescere la consapevolezza di un’identità nazionale palestinese.

Nel 1979 il presidente egiziano Sadat firma con il premier israeliano Menachem Begin una pace che prevede “un’autonomia” palestinese: i due leader vincono il Nobel per la pace, ma due anni dopo Sadat è assassinato al Cairo da un estremista egiziano.

Nel 1993 il premier israeliano Yitzhak Rabin stringe la mano a Yasser Arafat avviando un processo che dovrebbe dare uno Stato ai palestinesi, anche loro vincono il Nobel, ma due anni dopo Rabin viene assassinato a Tel Aviv da un estremista israeliano. Nel 2000 un altro premier israeliano, Ehud Barak, offre ad Arafat uno Stato palestinese in Cisgiordania e a Gaza, con Gerusalemme Est come capitale: «Accetti questa offerta - dice ad Arafat l’ambasciatore saudita a Washington - accetti ora o rimpiangerà per sempre di averla respinta». Ma Arafat si impunta sul “diritto al ritorno” in Israele di mezzo milione di palestinesi, dai campi profughi del Medio Oriente alle case che avevano prima della guerra del 1948, anziché tornare al nuovo Stato di Palestina, e dice di no.

Ci sono altre trattative, un paio di intese firmate dal “falco” Benjamin Netanyahu, Israele conclude accordi di pace con Giordania, Emirati Arabi, Bahrein, Marocco, sta negoziando con l’Arabia Saudita, ma trascura la pentola a pressione sulla porta di casa: i palestinesi.

Nel 2004 muore Arafat, nel 2005 Israele si ritira da Gaza, nel 2006 a Gaza prende il potere Hamas, un’organizzazione terroristica per Usa e Ue, vincendo le elezioni palestinesi. Il mese prossimo Abu Mazen, l’erede di Arafat, da due decenni al governo dei Territori Autonomi finora ottenuti dai palestinesi (il 20 per cento della Cisgiordania), compie 88 anni: continua a rinviare nuove elezioni, per paura di perderle. E Netanyahu è diventato il premier più longevo di Israele, ma alla testa del governo più di destra della storia israeliana, con una politica che ha spaccato il Paese, fino al governo di unità nazionale, il “gabinetto di guerra” formato in stato di emergenza all’indomani delle 1200 vittime sofferte dallo Stato ebraico nell’attacco di Hamas del 7 ottobre: dopo l’Olocausto, mai tanti ebrei erano morti in un solo giorno, provocando una nuova guerra a Gaza.

«La terra del latte e del miele - si augurava Rabin stringendo la mano ad Arafat - non sia più la terra delle lacrime e del sangue». Ma lacrime e sangue, in questo conflitto lungo un secolo, continuano a scorrere.

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