✕

Doppia vittoria per Teheran

Sostenitori di Hezbollah durante una manifestazione di solidarietà ai palestinesi nella Striscia di Gaza, nel sud di Beirut

 
Non è ancora chiaro quale ruolo abbia avuto l’Iran nell’attacco del 7 ottobre. Ma il massacro consegna agli ayatollah due risultati strategici. Sul piano internazionale allontana l’intesa tra israeliani e sauditi, sul piano interno consente a Khamenei di usare le tensioni regionali per inasprire la repressione delle proteste
2 minuti di lettura

BEIRUT – La mattina del 7 ottobre, mentre gli israeliani realizzavano l’entità del massacro compiuto dalle squadre di Hamas, Ali Khamenei celebrava quella che forse verrà ricordata come la sua più grande vittoria politica in oltre 30 anni di potere in Iran: «Se Dio vuole, il cancro del regime usurpatore sionista sarà debellato per mano del popolo palestinese e delle forze della Resistenza in tutta la regione. Israele ha subito una sconfitta irreparabile», ha scritto poche ore dopo la strage.

Cresciuto alla scuola del chierico sciita Navvab Safavi e con le tesi dell’egiziano Sayyed Qutb, i fondatori dell’Islam politico, Khamenei ha speso la sua intera carriera politica nella costruzione di una rete di proxies regionali che consentisse di esportare la rivoluzione khomeinista in tutto il Medio Oriente, con le armi e l’ideologia. Il perno di questo progetto è il contenimento di Israele come Stato – considerato un’entità coloniale – e del suo principale alleato nella regione, gli Stati Uni…

BEIRUT – La mattina del 7 ottobre, mentre gli israeliani realizzavano l’entità del massacro compiuto dalle squadre di Hamas, Ali Khamenei celebrava quella che forse verrà ricordata come la sua più grande vittoria politica in oltre 30 anni di potere in Iran: «Se Dio vuole, il cancro del regime usurpatore sionista sarà debellato per mano del popolo palestinese e delle forze della Resistenza in tutta la regione. Israele ha subito una sconfitta irreparabile», ha scritto poche ore dopo la strage.

Cresciuto alla scuola del chierico sciita Navvab Safavi e con le tesi dell’egiziano Sayyed Qutb, i fondatori dell’Islam politico, Khamenei ha speso la sua intera carriera politica nella costruzione di una rete di proxies regionali che consentisse di esportare la rivoluzione khomeinista in tutto il Medio Oriente, con le armi e l’ideologia. Il perno di questo progetto è il contenimento di Israele come Stato – considerato un’entità coloniale – e del suo principale alleato nella regione, gli Stati Uniti. A questo scopo, i Guardiani della rivoluzione hanno finanziato e addestrato milizie e partiti affiliati dal Libano alla Siria, dall’Iraq allo Yemen, una rete che accerchia Israele e sarà decisiva nel determinare il perimetro di questa nuova guerra.

L’ayatollah può rivendicare oggi di essere il regista di un Asse della Resistenza più saldo e organizzato che mai. Hamas è una pedina del grande gioco. Pur essendo sunnita, ha trovato a Teheran appoggio, soldi e potere. Dall’Iran, attraverso le reti di contrabbando in Egitto e in Sudan, arrivano a Gaza pezzi e componenti per i missili, ma soprattutto il know how per costruirli. Miliziani e comandanti di Hamas si sono addestrati in Libano e in Siria. Lo stesso succede in Iraq con le milizie sciite filo-iraniane e in Libano con Hezbollah.

Ma se il coinvolgimento dell’Iran nelle vicende palestinesi, Cisgiordania compresa, è un fatto, non sappiamo se e quale ruolo abbia avuto la Repubblica Islamica nell’attacco del 7 ottobre. Khamenei ha negato pubblicamente una responsabilità diretta, forse per non offrire il fianco a un attacco diretto contro l’Iran. Certo l’operazione Tempesta di Al Aqsa, lanciata poco dopo il discorso di Netanyahu all’Onu in cui annunciava un imminente accordo con i sauditi, consegna all’ayatollah due risultati strategici.

Sul piano internazionale, allontana l’intesa tra israeliani e sauditi e dunque la prospettiva di una alleanza arabo-americana in Medio Oriente che arrivi fino alla Mecca e dà agli ayatollah una rinnovata sensazione di potenza. Ai loro occhi, la capacità di deterrenza dell’apparato di sicurezza israeliano si è sgretolata nei kibbutz di Kfar Aza e Be’eri, e questo li spingerà a spendere ancora più risorse per finanziare milizie in Medio Oriente. L’obiettivo è costringere Israele in una posizione difensiva, ponendo fine alla campagna di sabotaggi e omicidi mirati contro il programma nucleare iraniano portata avanti dal Mossad sul territorio della Repubblica Islamica.

L’altro risultato riguarda il fronte interno. E’ probabile che Khamenei usi le tensioni regionali per inasprire ancora di più la campagna di repressione scatenata dopo le proteste per la morte di Mahsa Amini, che ha piegato la società civile. I giovani iraniani che nel 2019 riempivano le piazze al grido di - “Non per la Palestina, non per la Siria, la mia vita per l’Iran” – un atto d’accusa contro l’ingerenza regionale iraniana, sono ridotti al silenzio o languono in prigione.

La vera incognita è come si comporteranno gli americani. Negli ultimi mesi Washington aveva tentato un riavvicinamento discreto con Teheran, grazie a uno scambio di prigionieri mediato dal Qatar. Si discuteva di un possibile alleggerimento delle sanzioni, in cambio di una frenata al programma nucleare iraniano. Ma la strage di civili israeliani ha cambiato le cose. Gli americani potrebbero di nuovo congelare i sei miliardi di fondi iraniani sbloccati con l’intesa sui prigionieri, suscitando l’ira degli iraniani. La repubblica islamica ha bisogno di ossigeno finanziario. Il denaro è l’ultima leva per evitare un conflitto regionale, prima della guerra.

Leggi i commenti