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Afghanistan, la battaglia delle donne: "I talebani non sono cambiati, ma noi sì"

Un membro dei talebani con due studentesse all'ingresso dell'università di Kabul (reuters)
I media locali hanno scritto che venti giorni dopo l'assunzione del potere da parte dei talebani erano state riaperte le università pubbliche e private. Adesso, però, i ragazzi e le ragazze devono riprendere i loro corsi separatamente
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Erano le 21 e stavo organizzando la mia agenda quando mi ha telefonato Mariam (nome fittizio), una delle donne che hanno partecipato alle proteste. Ha accettato che scrivessi la sua storia, ma a condizione di mantenere l’anonimato per motivi di sicurezza. Madre di due figli, un maschio e una femmina, Mariam, 27 anni, è un'attivista per i diritti civili. Mi ha raccontato al telefono che il suo era uno dei gruppi di protesta scesi per strada a Kabul chiedendo cibo, lavoro e libertà. Ha un master in Giurisprudenza e prima della caduta di Kabul lavorava in uno studio legale.

“Fin dalla prima settimana dall’arrivo dei talebani a Kabul, siamo scese in strada per gridare 'cibo, lavoro e libertà'.  Abbiamo fatto sentire la nostra voce, ma eravamo consapevoli che ci sarebbe costato caro”, ha detto. Non crede che oggi sia tutto finito. La resistenza continua nella vita non solo degli attivisti per i diritti umani, ma anche dei membr…

Erano le 21 e stavo organizzando la mia agenda quando mi ha telefonato Mariam (nome fittizio), una delle donne che hanno partecipato alle proteste. Ha accettato che scrivessi la sua storia, ma a condizione di mantenere l’anonimato per motivi di sicurezza. Madre di due figli, un maschio e una femmina, Mariam, 27 anni, è un'attivista per i diritti civili. Mi ha raccontato al telefono che il suo era uno dei gruppi di protesta scesi per strada a Kabul chiedendo cibo, lavoro e libertà. Ha un master in Giurisprudenza e prima della caduta di Kabul lavorava in uno studio legale.

“Fin dalla prima settimana dall’arrivo dei talebani a Kabul, siamo scese in strada per gridare 'cibo, lavoro e libertà'.  Abbiamo fatto sentire la nostra voce, ma eravamo consapevoli che ci sarebbe costato caro”, ha detto. Non crede che oggi sia tutto finito. La resistenza continua nella vita non solo degli attivisti per i diritti umani, ma anche dei membri di altri gruppi, che fin dall’inizio hanno deciso di uscire dalle loro case per dire ai talebani che la tortura, gli arresti, le detenzioni non erano accettabili.

 

“Sono andata a trovare Parwana Ibrahim Khel, recentemente rimessa in libertà dai talebani. Volevo sincerarmi che stesse bene. Purtroppo, non era così. Parwana non era più la ragazza energica e forte di prima. Aveva sofferto molto psicologicamente, tanto che non riusciva a parlare. I talebani hanno minacciato la sua famiglia, diffidandola dal parlare di lei ai media”, ha raccontato.

“I talebani non sono cambiati, ma noi non siamo le donne di ieri”, sostiene con forza. C'è una grande tristezza nella sua voce, quando dice: “Le ragazze che protestavano a Mazar-e-Sharif hanno subìto violenze sessuali di gruppo da parte dei talebani. Alcune sono morte, altre sono state uccise dalle loro famiglie dopo lo stupro. Non esistono video per accusarli. A Kabul, delle donne hanno preparato un veleno chiamato 'la morte del topo' per togliersi la vita ed evitare, se si scoprisse che sono state violentate dopo l’arresto, di essere uccise dal padre, dallo zio e dal fratello, che sarebbe ancora più doloroso”. Poi le si è rotta la voce ed è scoppiata in lacrime. Ho cercato di farla parlare, le ho chiesto se sapeva che cosa poteva succedere a lei stessa e alla sua famiglia.

 

“Dal primo giorno che sono scesa in strada, so che non ho paura di morire, sono solo preoccupata per il mio onore e per il futuro dei miei due figli”, ha detto, aggiungendo: “Ho alzato la voce, ho fatto la mia parte, il mio profilo Facebook è stato chiuso, sono stata cacciata da casa mia, ho dovuto cambiare domicilio per non fare del male a chi mi circondava, ho vissuto per settimane in casa dei miei amici. Tutti questi rischi li avevo accettati fin dall'inizio, sapevo che un giorno sarebbe toccato a me. Sono pronta a morire, ma non voglio essere arrestata viva”.

La maggioranza dei cittadini crede che, se intendessero farlo, non sarà facile per i talebani controllare la gente come fecero negli anni Novanta. Gli organi di informazione sono ancora attivi e non è possibile far tacere le donne che protestano. Le ragazze vanno ancora a scuola. In alcune province, frequentano le scuole secondarie. Tutte queste cose non erano possibili negli anni Novanta.

 

Non è chiaro, quindi, se i talebani sono diventati pragmatici di fronte a tutti questi cambiamenti, o se non sono in grado di realizzare i loro piani come vorrebbero. “Penso che alcune delle loro dichiarazioni siano state rassicuranti, ma in pratica ci hanno confuso e abbiamo visto politiche incoerenti. Non è chiaro se tutte le ragazze possono andare a scuola o no, o se siano autorizzate solo in alcune province", ha detto Mariam.

I media locali hanno scritto che venti giorni dopo l'assunzione del potere da parte dei talebani erano state riaperte le università pubbliche e private. Adesso, però, i ragazzi e le ragazze devono riprendere i loro corsi separatamente.

 

Ho intervistato una studentessa afghana, Lima Sofi Khel. Stava per laurearsi quando i talebani hanno preso Kabul. Ora l'università le ha inviato alcune immagini relative al codice di abbigliamento. “Specificano che chi non lo rispetta non può entrare in facoltà. Ma io non ho osservato il dress code e sono andata all’università con i miei vestiti normali. Due miliziani talebani controllavano che le ragazze fossero vestite come avevano imposto. Chi non lo aveva fatto, non poteva entrare”, dice. E aggiunge che nei primi giorni hanno separato ragazzi e ragazze solo con una tenda, ma poi hanno separato le classi. Delle 35 ragazze del loro corso, solo 4 continuano a venire; le altre hanno lasciato il Paese o hanno scelto di rinunciare agli studi a causa delle restrizioni imposte dai talebani alle donne.

Nel complesso, tutti si pongono la stessa domanda: come sarà il futuro? La gente è preoccupata per quello che sta succedendo, per l'impatto che avrà la siccità, per il collasso economico e perché la lotta per la sopravvivenza sarà dura. È piuttosto difficile prevedere che cosa succederà a lungo termine, ma al momento non c'è speranza che la situazione possa migliorare.

Dopo quarant’anni, gli afghani oggi sperimentano una riduzione della violenza, ma devono affrontare una catastrofe economica, una catastrofe che sconvolge il Paese e di cui molti non hanno alcuna responsabilità.

Traduzione di Luis E. Moriones
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