L’intervento

Le tre crisi che alimentano i populismi

Niente sarebbe più falso che cristallizzare l’analisi dei populismi e delle democrazie, essenzializzare gli uni e gli altri

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Quello che conta è comprendere le dinamiche in corso, soprattutto nella dialettica che si intreccia tra le democrazie ed i populismi. È ciò a cui intendo attenermi, analizzando, innanzitutto, i populismi all’opposizione. I populisti, quali che siano le loro caratteristiche, sono il prodotto e insieme l’effetto di tre grandi crisi, in quanto imprenditori politici di crisi che devono continuamente esacerbare. Si tratta di una crisi politica contrassegnata innanzitutto dalla sfiducia verso le istituzioni e i responsabili politici accusati di essere corrotti, di badare solo ai propri interessi, di non ascoltare la massa di persone con, in aggiunta, il sentimento sempre più diffuso nell’opinione pubblica dell’impotenza dei politici e della politica in rapporto all’economia, e quindi dell’inutilità del voto. Tale crisi di fiducia politica riguarda gli Stati-nazione e l’Unione europea, con un’intensità variabile a seconda dei paesi. Una crisi sociale, inoltre, con una disoccupazione importante, l’approfondirsi di disuguaglianze di varia natura, tra uomini e donne, tra generazioni, tra territori, tra nativi e immigrati, l’aumento della povertà, la destabilizzazione delle classi medie o ancora la precarizzazione del mercato del lavoro. Infine, una crisi culturale che assume diversi aspetti e che viene rilevata da svariate ricerche sociologiche di cui disponiamo. Ne risulta che prendono corpo questioni radicali di tipo identitario, come contraccolpo del lungo processo di individualizzazione delle nostre società: come definire la propria appartenenza collettiva, alla regione, alla nazione, all’Europa? Ma la questione che ci riguarda è proprio quella del rapporto tra populisti e democrazia. Per parafrasare una dichiarazione celebre di Enrico Berlinguer, «la spinta propulsiva delle nostre democrazie liberali e rappresentative è esaurita».

Enrico Berlinguer disse che la spinta propulsiva delle nostre democrazie liberali e rappresentative è esaurita

Da un lato, sono liberali ma meno democratiche poiché il potere del popolo è imbrigliato dal peso assunto dal denaro, dalle banche centrali, dai diversi e vari organismi, dall’aumento di potere degli esperti e della tecnocrazia, dalle corti costituzionali nonché dall’Unione europea ecc. Dall’altro lato, poiché sono destabilizzate dall’avanzata dei populisti che si proclamano democratici e impazienti di ripristinare il potere del popolo ma ostili al liberalismo politico. Tutto ciò ha per conseguenza, tra l’altro, che una parte non trascurabile degli Europei, quasi un terzo, considera che un regime diverso dalla democrazia sia concepibile ed è in cerca di autorità, cosa che, attenzione, non significa che sia in attesa di autoritarismo, essendo molto forte l’aspirazione alla libertà individuale, intesa come «faccio ciò che voglio». L’epidemia del Covid, la svolta delineata dall’unione europea nel luglio del 2021 con il piano di rilancio Next Generation EU segnano una svolta? Diversi osservatori e giornalisti considerano che l’avanzata dei populisti sembra bloccata, in sintesi che si tornerà presto ad una situazione di normalità, perlomeno in quella che prima si chiamava l’Europa occidentale, l’altra Europa essendo ancora abbastanza saldamente sotto il giogo dei populisti. Tuttavia, credere che ci si sia sbarazzati dei populisti sarebbe un grave errore. Ci sono ancora e possono continuare a prosperare sulle tre grandi cause che spiegano il loro successo. L’innegabile capacità di resilienza delle istituzioni nazionali ed europee non dovrebbe illuderci. L’universo politico e tutto quello che lo incarna continuano ad essere percepiti negativamente dagli Europei, al punto che numerosi tra loro arrivano a dubitare dei meriti e delle virtù della democrazia liberale e rappresentativa. Saranno capaci, le nostre democrazie, di rinnovarsi da cima a fondo, di integrare le persone che si rifugiano nell’astensionismo e nel voto protestatario-populista, di favorire la partecipazione civica, di far emergere nuovi responsabili politici che riflettano meglio la complessità e la diversità delle nostre società? Difendere la democrazia non basta, o meglio non basta più. Si tratta di approfondirla e di estenderla.

 

Estratto dalla lectio magistralis in programma sabato 18 a Carpi Traduzione di Antonio Caridi