Suona bene che l’edizione numero trentatré del Ravenna Festival, rassegna musicale votata alla multidisciplinarità, sia dedicata a Pier Paolo Pasolini, nel centenario della nascita. Perché tante delle sue opere – non solo i film – sono pervase di musica, per lui espressione artistica totalizzante, tanto da descriverla poeticamente come “l’unica azione espressiva forse, alta, e indefinibile”. PPP si fece rapire il cuore specialmente da Bach, quello della “Matthäus-Passion” impiegata a commento di “Accattone” e del “Vangelo secondo Matteo”. In Johann Sebastian gli pareva perfino di percepire quanto di sacro sta nella vita aspra del sottoproletariato; e ne intese le note come strada alternativa, e possibile riparo, all’omologazione culturale che la società dei consumi trascinava con sé.
La folgorazione era avvenuta negli anni della guerra, a Casarsa, grazie alla violinista Pina Kalc, profuga slovena fuggita all’occupazione nazista. Lei gli aveva disvelato la “Ciaccona” e la “Siciliana” dalla prima Sonata, e lui annotava nei “Quaderni rossi”: «Era soprattutto il “siciliano” che mi interessava, perché gli avevo dato un contenuto e, ogni volta che lo riudivo mi metteva con la sua tenerezza e il suo strazio, davanti a quel contenuto: una lotta cantata impassibilmente tra la Carne e il Cielo, tra alcune note basse, velate, calde e alcune note stridule, terse, astratte… come parteggiavo per la Carne! E come invece sentivo di rifiutarmi alle note celesti!». Allora, con Pina, fondò un coro amatoriale che si riuniva nell’asilo del paese: vi partecipavano ragazzi entusiasti che per le prove si vestivano con la stessa eleganza di quando andavano a messa la domenica. «Vorrei essere scrittore di musica», avrebbe poi confessato Pasolini. Perché, diceva a proposito di Beethoven, «la musica fa rivibrare in te (per mezzo di quel quid puramente musicale che in noi esiste, e deve solo essere coltivato), quel dolore, quel problema, quell’anelito».
Però non tutto ciò che sentiva lo catturava. Attratto dalle culture musicali popolari scoperte durante i viaggi in Oriente e in Africa (se ne servì in “Edipo re” e “Medea”), considerava invece le canzonette piccolo borghesi di Sanremo frutti sciocchi, di rimbambimento di massa. E gli restava estraneo il melodramma, perlomeno finché non entrò in intimità con la Callas.
“Tra la carne e il cielo” è il motto con cui Ravenna sintetizza lo spirito pasoliniano che informa il festival di quest’anno. Così si intitola anche la composizione di Azio Corghi che ne apre la programmazione il 1° giugno, con Daniel Harding sul podio della Mahler Chamber Orchestra, Sandro Lombardi voce recitante, e Silvia Chiesa, violoncello, Maurizio Baglini, pianoforte, Valentina Coladonato, soprano. «Il violoncello raffigura il cielo in questo pezzo impiantato su citazioni di Bach, compresa la “Siciliana”», spiega l’ottantacinquenne Corghi, dalle cui lezioni tenute nelle maggiori istituzioni didattiche italiane sono usciti parecchi compositori notevoli delle generazioni più giovani. Da qui il filo rosso pasoliniano si dipana attraverso l’intero cartellone, legando gli appuntamenti concertistici a quelli con il teatro, la danza e la retrospettiva cinematografica.
Di frequente torna nella programmazione il nome di Bach. Le cui Sonate e Partite per violino sono affidate, il 2 giugno, all’archetto del ventunenne Giuseppe Gibboni, primo premio l’anno scorso al concorso “Paganini” di Genova che l’ha consacrato erede di Salvatore Accardo, suo maestro e vincitore della stessa competizione nel 1958. Si confrontano direttamente con lo scrittore Elio Germano e Teho Teardo rielaborandone per il palcoscenico il primo esperimento narrativo, “Il sogno di una cosa”, che racconta dell’Italia rurale e indigente del dopoguerra, di immigrazione, dell’anelito a una rivoluzione, del boom economico (3 luglio, Cervia).
Pure il cantautore Vasco Brondi costruisce il suo comizio-spettacolo attorno alla parola di Pasolini, sollecitato dai versi di “Una disperata vitalità” (30 giugno, Cervia). Ma il Ravenna Festival è, da sempre, anche residenza artistica di Riccardo Muti, il domicilio degli affetti da cui, per venticinque anni, si è irraggiato il progetto delle “Vie dell’amicizia” che ha consegnato musica per il dialogo e la speranza a luoghi simbolo spesso segnati da conflitti. Destinazioni di quest’anno sono i santuari di Lourdes e Loreto (11 e 14 luglio), dove il Maestro arriva con la sua orchestra “Cherubini” e un ecumenico intreccio tra voci di coristi ucraini e italiani insieme a un coro di cento bambini. E spetterà a Muti, il 21 luglio, chiudere il festival con un concerto sinfonico.