"Qui non possiamo fallire". Conte punta tutto su Napoli, roccaforte del reddito di cittadinanza
di Conchita Sannino , di Conchita SanninoTraguardo molto vicino, stavolta. Ora o mai più, in campo progressista. Da Enrico Letta a Giuseppe Conte, passando per le correnti interne di Fico e Di Maio. Una sfida riposta nelle mani di Gaetano Manfredi, l'ingegnere ed ex ministro che sembrerebbe destinato a riportare il centrosinistra, dieci anni dopo, sulla poltrona di Palazzo San Giacomo. Centotrenta giorni per raggiungere e doppiare il magistrato Catello Maresca, l'ex pubblico ministero anticamorra che invece era stato "benedetto" da Berlusconi e Salvini, con (troppo) anticipo e (temerario) entusiasmo. Così la Napoli in cui nessun big metteva la faccia sulle comunali, stavolta ha visto sfilare una pattuglia assortita di ministri Pd e 5S, e per due volte un ottimista, cioè "molto fiducioso", segretario dem. Ma è in particolare il leader pentastellato, è l'ex avvocato degli italiani, che con il primo ottobre avrà battuto il record delle cinque tappe eletto…
Traguardo molto vicino, stavolta. Ora o mai più, in campo progressista. Da Enrico Letta a Giuseppe Conte, passando per le correnti interne di Fico e Di Maio. Una sfida riposta nelle mani di Gaetano Manfredi, l'ingegnere ed ex ministro che sembrerebbe destinato a riportare il centrosinistra, dieci anni dopo, sulla poltrona di Palazzo San Giacomo. Centotrenta giorni per raggiungere e doppiare il magistrato Catello Maresca, l'ex pubblico ministero anticamorra che invece era stato "benedetto" da Berlusconi e Salvini, con (troppo) anticipo e (temerario) entusiasmo. Così la Napoli in cui nessun big metteva la faccia sulle comunali, stavolta ha visto sfilare una pattuglia assortita di ministri Pd e 5S, e per due volte un ottimista, cioè "molto fiducioso", segretario dem. Ma è in particolare il leader pentastellato, è l'ex avvocato degli italiani, che con il primo ottobre avrà battuto il record delle cinque tappe elettorali in città, a puntare sulla corsa "dell'amico Gaetano". Una prova del fuoco per Conte: per difendere la prima roccaforte in un Movimento logorato da diaspore, metamorfosi, estenuanti faide.
Per i Cinque Stelle, è essenziale rimanere primo partito nella capitale del Sud. I più vicini al popolo tra chi è nel sistema, badate che non siamo morti, anzi si risale da qui. Una partita in gran parte centrata, guarda caso, sul Reddito di Cittadinanza. Da blindare. "Chi conserva i privilegi vuole tagliare questa misura. Venissero qui a dirvi in faccia che vogliono cancellare il Reddito per madri e padri senza alternative", è venuto a scaldare l'ambiente, tra vicoli e periferie, l'ex presidente del Consiglio. Difficile dire se già al primo turno strapperà la fascia da sindaco, Manfredi, l'unico ex ministro che porta in queste urne la bandiera del Conte II, sorgente del Recovery Fund e di quel patto giallo-rosso il cui rilancio serve eccome, anche al Nazareno. "Napoli è un test molto significativo per questa convergenza", ammette Letta. E poi serve anche a giocare un ruolo, dalla metropoli del Mezzogiorno, contro le accuse dei fondi Pnrr orientati in buona parte verso Nord. Su questo fronte, pesa invece positivamente la decisione appena annunciata dal premier Draghi: "Per la bonifica dell'area di Bagnoli a Napoli, il Consiglio dei Ministri ha deciso di attribuire la funzione di commissario al sindaco, quale esso o essa sia. I cittadini attendono da trent'anni, speriamo di far bene almeno migliorando la governance". Napoli eleggerà un super-sindaco, visto che sarà anche il vertice di Città Metropolitana e della riqualificazione dell'ex Italsider. Ma avrà bisogno di risorse immediate. Una montagna di soldi, e subito. "Già con la prossima legge di stabilità", chiedeva Letta qualche giorno fa. O l'alleanza bicolore precipiterà nel profondo rosso default: sono cinque i miliardi di passività che gravano sulle casse comunali. Non solo la "Napoli europea, connessa con Roma e Bruxelles" disegnata da Manfredi, ma tutto, gli stessi servizi essenziali salterebbero, senza robuste iniezioni.
"I presupposti per la vittoria già il 4 ottobre ci sono, l'impegno è grande, le forze sane si sono messe in gioco, e possiamo solo incrociare le dita. Ma il dopo non si costruisce senza il pieno sostegno del governo", ribadisce il professore del centrosinistra. Che si è meritato gli strali di tutti gli avversari per aver disertato, dal primo all'ultimo, e senza plausibili spiegazioni, tutti i confronti pensati per il poker d'assi (ciascuno a suo modo, certo) dei quattro aspiranti sindaci. Più smagrito di sempre, ora Manfredi comincia almeno a sorridere, proprio mentre lo sfidante Maresca mostra l'affanno dell'ultimo tratto, scontando errori personali e di coalizione. Eppure il loro duello era cominciato con stati d'animo e sfondi esattamente rovesciati. Ma la politica non difetta di capricci, come la vita.
Così, l'ingegnere Manfredi che aveva esordito a maggio con una dura lettera di rinuncia di tre pagine, un po' sfogo sincero, un po' marketing politico - titolo "Non sono disponibile", per avvertire che ci voleva l'impegno scritto dei leader a sanare le voragini del Comune - ora accarezza il sogno di spiazzare al primo voto tutti gli altri, compresi quelli che gli lavorano ai fianchi da sinistra: Antonio Bassolino il già leader comunista che progetta di trasformarsi nel Conte di Montecristo, e Alessandra Clemente l'under 40 che porta i colori, nonostante tutto, dell'esperienza "autonoma, giovane e pulita" di de Magistris. Ora o mai più. Stessa identica spinta dell'ex primo cittadino, già ministro con D'Alema e governatore. Bassolino è prontissimo a dare la zampata per scalzare Maresca dal ballottaggio. Al punto da avere imbarcato la destra di personaggi discussi come Amedeo Laboccetta - impegnato pubblicamente a suo sostegno - o come Silvano Masciari, ex potente superassessore degli anni Novanta a Napoli, che la Corte dei Conti ha condannato alla restituzione di 600mila euro, e il cui figlio è candidato con l'ex sindaco. Ma lui non ha fatto una piega: "Andate a vedere quanti trasformisti veri, quale carosello di casacche si porta dietro Manfredi con le sue 13 liste". L'ex sindaco del G7 con Ciampi ha confezionato un mantra già diventato virale: Non succede, non succede. Ma se succede...
Sull'esito finale conterà certo l'effetto-zuppone di quell'esercito di migliaia di candidati per Manfredi, in cui premono folte pattuglie di voltagabbana, destra di An e berlusconiani uscenti. Il quesito che insegue il professore, non a caso è: ma quanti no l'ex ministro riuscirà a dire, dopo? Conte, sollecitato nel retropalco giorni fa a Napoli, ha risposto secco a un amico: "Contano zero. Non avranno nulla". Mentre sull'altra sponda, Maresca, che in primavera si sentiva già come un surfista a Waikiki, e con indosso la toga di sostituto procuratore generale veniva precocemente dato per vincente dai suoi sponsor nazionali, ora deve vincere lo spettro di mancare lo spareggio. E' un indizio pesante il fatto che Salvini e Meloni abbiano messo piede in Campania e deciso di girare alla larga dal loro candidato. Tutta colpa della cancellazione di quelle 4 liste da parte dei giudici amministrativi: la prima delle quali è proprio quella del Carroccio. Al magistrato è rimasta Forza Italia, l'impegno del numero 2 Tajani, la vicinanza di Carfagna. Chi aveva catturato un superlatitante della camorra come Michele Zagaria rischia di non acciuffare neanche il residuale zoccolo duro del centrodestra? Non è detto. E' vero che Maresca potrebbe pagare le sue guasconate ("Me ne fotto dei partiti") o le scomposte reazioni di fronte ai giudici amministrativi che cassavano le sue formazioni ("Sentenza politica", "morte della democrazia"), parole poi "deplorate" direttamente dal Consiglio di Stato. Ma conta sul proprio "valore aggiunto". "Io arrivo lì dove il Sistema non ha mai messo il naso, nei quartieri popolari mi conoscevano da prima per la mia attività sociale in favore dei tanti ragazzi a rischio - è la convinzione dell'ex pm - Io parlo a quelli che non andavano a votare". Un partito indiscutibilmente forte, quello dell'astensione a Napoli. Al ballottaggio, cinque anni fa, si espresse solo il 35 per cento degli elettori.
Ma intanto la città che si era sconnessa dai grandi giochi è tornata nei radar. Si gioca un ruolo nazionale. In cui, apparentemente, il più defilato è proprio il presidente della Regione Vincenzo De Luca. Manfredi saprà resistere anche alla tirannia politica del governatore? Certo è che sia Letta che Conte - sui quali più volte ha sparato De Luca in passato - si sono tenuti lontani dall'indomito vicerè salernitano. E il clima è in un dettaglio. L'ultima domenica pre-urne, il tono informale del caffè tra associazioni e cittadini, mentre il numero 2 del Pd, l'ex ministro Beppe Provenzano, arriva a sostenere l'amico Manfredi. "Fino a poco tempo fa, nessuno da Roma voleva venire. Si vergognavano", ti confessa qualche autorevole dem. Provenzano dice solo: "Siamo qui anche perché il Pd a Napoli è cresciuto. Ha saputo aprire battaglie giuste, coinvolgere tanti giovani, donne, e diverse competenze". L'accento va su Napoli: che non è dependance di De Luca o Salerno. Quante partite in una, sulla strada per Palazzo San Giacomo.