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Voti dopati e forzature in Parlamento: le prove generali della riforma pigliatutto di Meloni

La verità, vi prego. Una rubrica settimanale per orientarsi tra grandi bugie e piccole omissioni
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“Parliamone”, dice Giorgia Meloni. Come se il tema in fondo non la riguardasse.

“Parliamone, se ci sono proposte nel merito”, dichiara la presidente del Consiglio, rigettando la palla nel campo dei “partiti” (il suo? altri?).

“Quel tema mi interessa”, assicura la leader – un lungo curriculum tra i banchi dell’opposizione – mentre lo liquida.

Il Parlamento esautorato, svuotato, mortificato: ecco il tema. Troppi decreti, troppo protagonismo dell’esecutivo nel fare le leggi. Questione annosa, precedente l’ascesa di Meloni, oggetto di ripetuti e inascoltati moniti dei presidenti della Repubblica.

“Parliamone, è corretto costruire contrappesi”, concede Meloni l’8 maggio 2024, mentre presenta alla Camera, tra cantanti, attori e imprenditori amici, la sua riforma costituzionale sul modello del premierato. "Ma non diciamoci che il Parlamento è stato forte finora e che la riforma del premierato vuole privarlo delle sue prerogative”, aggiunge, come a dire che il problema non lo sta creando lei.…

“Parliamone”, dice Giorgia Meloni. Come se il tema in fondo non la riguardasse.

“Parliamone, se ci sono proposte nel merito”, dichiara la presidente del Consiglio, rigettando la palla nel campo dei “partiti” (il suo? altri?).

“Quel tema mi interessa”, assicura la leader – un lungo curriculum tra i banchi dell’opposizione – mentre lo liquida.

Il Parlamento esautorato, svuotato, mortificato: ecco il tema. Troppi decreti, troppo protagonismo dell’esecutivo nel fare le leggi. Questione annosa, precedente l’ascesa di Meloni, oggetto di ripetuti e inascoltati moniti dei presidenti della Repubblica.

“Parliamone, è corretto costruire contrappesi”, concede Meloni l’8 maggio 2024, mentre presenta alla Camera, tra cantanti, attori e imprenditori amici, la sua riforma costituzionale sul modello del premierato. "Ma non diciamoci che il Parlamento è stato forte finora e che la riforma del premierato vuole privarlo delle sue prerogative”, aggiunge, come a dire che il problema non lo sta creando lei. Ed è vero. Lei però non lo risolve. Anzi. La sua riforma, ha denunciato la senatrice a vita Liliana Segre, rischia di “produrre un'abnorme lesione della rappresentatività del Parlamento, ove si pretenda di creare a qualunque costo una maggioranza al servizio del presidente eletto”.

Senato, Liliana Segre boccia il premierato: "Aspetti allarmanti, non posso tacere"

Se passerà quella riforma, il presidente del Consiglio dimissionario potrà sciogliere le Camere. Con quali contrappesi? Dovrà informarle, è vero. Ma, come segnala il costituzionalista Stefano Ceccanti, a leggere l’ultimo emendamento dell’esecutivo al testo, si capisce che l’informativa avverrebbe dopo le dimissioni, senza possibilità per deputati e senatori di influire sull’esito o provare a superare la crisi. Insomma, il premier potrebbe comunque mandare tutti al voto. E addio contrappesi.

Le forzature sul Parlamento per far vincere il governo

Quel che succede già oggi, mentre si accendono le polveri del premierato, è che in un maldestro anticipo di quella riforma, le cronache parlamentari annotano forzature mai viste. La maggioranza non solo perpetua la tendenza ad accentrare tutta l’iniziativa sul governo (delle 115 leggi approvate dalle Camere al 13 aprile, 83 erano firmate dal governo, il 72,2%, 30 di iniziativa parlamentare, il 26,1%, e 2 di iniziativa mista, l’1,7%), ma si rende protagonista di riscritture di voti e trucchetti di ogni genere per raggiungere un solo obiettivo: far vincere il governo.

Il teatro sono in genere le commissioni, dove i numeri ridotti (ancor più dopo il taglio dei parlamentari) richiedono alla maggioranza grande disciplina per imporre la forza dei suoi numeri. Ed ecco i fatti, stando solo agli episodi più clamorosi di questo 2024.

17 gennaio, Camera. In commissione Affari sociali si vota l’istituzione della controversa Commissione d’inchiesta sul Covid. C’è qualche assenza di troppo, ma la maggioranza non se ne accorge. Finisce 11 a 11, tra gli applausi dell’opposizione: il pareggio è bocciatura. E invece no: il presidente meloniano Luciano Ciocchetti dispone un riconteggio, di fatto un nuovo voto. Finisce 12 a 0, perché per star tranquilli ha votato anche Ciocchetti e le opposizioni per protesta sono andate via. Ma viene chiamato in causa il presidente della Camera Lorenzo Fontana, che due giorni dopo dispone di ripetere il voto. La maggioranza ha il tempo di blindarsi: 14 a 11. Come se nulla fosse accaduto.

30 gennaio, Senato. Le opposizioni presentano in commissione Politiche Ue un emendamento sul salario minimo, vogliono discuterlo, mettere quantomeno a verbale per l’ennesima volta la contrarietà del governo ai 9 euro l’ora. Ma il presidente della commissione Giulio Terzi fa i suoi conti e apre la votazione, senza che il governo abbia dato un parere, senza che i senatori abbiano svolto le loro dichiarazioni di voto. Finisce 8 a 7, ma solo grazie al sì di Terzi. Decisivo il presidente, tra le proteste.

24 aprile, Camera. In commissione Affari costituzionali un emendamento M5S che elimina la parola “Autonomia” dal primo articolo della riforma – una beffa – viene approvato grazie all’assenza di quattro leghisti, la minoranza vince 10 a 7. Panico. Il presidente di FI Nazario Pagano ferma tutto e non registra il voto: mai avvenuto. Scoppia la bagarre, si rivota due giorni dopo. La maggioranza mette a posto le cose, poi per consegnare alla Lega lo scalpo dell’Autonomia in tempo per la campagna elettorale, applica la “ghigliottina” per mandare il provvedimento in Aula: votati 80 emendamenti su 2200. Avanti, come se nulla fosse.

14 maggio, Senato. In commissione Finanze si vota la stretta sul Superbonus voluta dal ministro Giorgetti. Forza Italia è contraria e non vuole cedere, perché siamo in piena campagna elettorale. Il forzista Claudio Lotito è decisivo, se si votasse il governo sarebbe battuto. E quindi, la soluzione: aggiungere un senatore di maggioranza alla commissione, per poter vincere. La forzatura è così smaccata, che Ignazio La Russa, presidente del Senato, deve frenare: si può aggiungere uno – sentenzia – ma non mentre si vota, semmai il giorno dopo. Tutto da rifare. Dopo ore di tormenti, la soluzione è politica: l’autonomista Patton ottiene il via libera a una norma a cui tiene e lascia la commissione, Iv dà una mano e vota a favore, FI si astiene. La pezza è messa, la forzatura agli atti.

Ma “parliamone”, dice Giorgia Meloni, mentre il governo si assicura l’ennesima vittoria.

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