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L’Autonomia l’ha voluta la sinistra?

Italian Minister for Regional Affairs Roberto Calderoli during a report to the Senate ahead of the EU summit, in Rome, Italy, 26 June 2024. The next European Council takes place in Brussels on 27 and 28 June, with EU leaders deciding the key appointments for the next institutional cycle. ANSA/FABIO FRUSTACI (ansa)
È il mantra del centrodestra. Poiché l’Autonomia differenziata è possibile nella cornice di norme della Costituzione vigente, nessun colpo di mano sotto il sole. Ma il federalismo leghista è ben altra cosa
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È il mantra del centrodestra. Poiché l’Autonomia differenziata è possibile nella cornice di norme della Costituzione vigente, nessun colpo di mano sotto il sole: è il ragionamento.

Ma il federalismo leghista è ben altra cosa. È vero, a renderlo immediatamente possibile, con legge ordinaria, è una leva abilmente trovata e spregiudicatamente usata da Roberto Calderoli. È racchiusa in poche righe: comma due dell’articolo 116 della Carta. È scritto e indica: “... ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117”, ecc.

Sempre tra codici e codicilli ci si perde. Ma qui in definitiva è tutto molto semplice. Alla base c’è la riforma del 2001…

È il mantra del centrodestra. Poiché l’Autonomia differenziata è possibile nella cornice di norme della Costituzione vigente, nessun colpo di mano sotto il sole: è il ragionamento.

Ma il federalismo leghista è ben altra cosa. È vero, a renderlo immediatamente possibile, con legge ordinaria, è una leva abilmente trovata e spregiudicatamente usata da Roberto Calderoli. È racchiusa in poche righe: comma due dell’articolo 116 della Carta. È scritto e indica: “... ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117”, ecc.

Sempre tra codici e codicilli ci si perde. Ma qui in definitiva è tutto molto semplice. Alla base c’è la riforma del 2001 del Titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra. La riforma metteva ordine tra le competenze di Regioni, Province e Comuni, avendo il suo core business nell’articolo 117 della Carta. È quello che già prevede, nella speranza di maggiore efficienza amministrativa, come Stato e Regioni si debbano dividere e debbano esercitare le loro potestà legislative. Chi gestisce cosa. La riforma è stata infelice. Ha creato più problemi di quanti non ne abbia risolti. Alcune materie – immigrazione, difesa, forze armate, moneta ad esempio, - spettano esclusivamente allo Stato.Altre sono materie di legislazione cosiddetta concorrente, se la battono tra Stato e Regione. Negli anni si sono creati valanghe di ricorsi. Enrico La Loggia, dal 2001 al 2006 ministro degli affari regionali, berlusconiano, provò una controriforma o almeno un aggiustamento. La Loggia, figlio di Giuseppe, dc autonomista siciliano, aveva le carte in regola per essere ascoltato.

Ma tutto è andato avanti così. Calderoli si è accorto della formidabile occasione aperta per realizzare il progetto leghista che è un rivoluzione dell’architettura istituzionale: la trasformazione di un’Italia dalle accentuate diseguaglianze, soprattutto tra Nord e Mezzogiorno, in uno Stato federalista. Il meccanismo è di facile uso: ciascuna Regione potrà scegliere e gestire sola da sè, una o tutte le 27 materie di legislazione concorrente, inclusa istruzione, protezione civile, tutela della salute, distribuzione dell’energia. C’è il rischio di spezzettare l’Italia, di anchilosare le diseguaglianze? Lo sanno bene Calderoli e i leghisti, pressati dagli stessi alleati. Perciò sono ricorsi alla rete dei Lep, i livelli essenziali di prestazioni, una sorta salvaguardia patriottica. Peccato che non ci siano i soldi, nè si sa se mai ci saranno per realizzare i Lep.

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