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Votare o non votare?

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Nel dibattito sul terzo mandato dei governatori spunta il dilemma sulla data del voto. Insolito, perché in democrazia le scadenze elettorali sono certe, casomai si anticipano per crisi politiche ma mai si posticipano. Ecco invece l’eccezione: potremmo avere un anno 2025 senza, o con poche, urne
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Nel dibattito sul terzo mandato dei governatori spunta il dilemma sulla data del voto. Insolito, perché in democrazia le scadenze elettorali sono certe, casomai si anticipano per crisi politiche ma mai si posticipano. Ecco invece l’eccezione: potremmo avere un anno 2025 senza, o con poche, urne, perché slittano le comunali d’autunno al 2026. Per le Regioni invece, che sono 6 al voto in autunno di quest’anno (Valle d’Aosta , Veneto, Toscana, Marche, Campania, Puglia) è partito il risiko.

Il leghista Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli Venezia Giulia e presidente della conferenza delle Regioni, è per andare lungo, cioè al 2026. Fedriga comunque si stava assestando su un pragmatico “ciascuna Regione fa per sé”, visto che la premier Meloni non è d’accordo: altra tensione tra i partner. Però visto il niet sul terzo mandato che la Lega vuole, le cose si complicano ancora. Far slittare le regionali più in là sarebbe stato un contentino ai leghisti per vedere il “doge” del Veneto, Lu…

Nel dibattito sul terzo mandato dei governatori spunta il dilemma sulla data del voto. Insolito, perché in democrazia le scadenze elettorali sono certe, casomai si anticipano per crisi politiche ma mai si posticipano. Ecco invece l’eccezione: potremmo avere un anno 2025 senza, o con poche, urne, perché slittano le comunali d’autunno al 2026. Per le Regioni invece, che sono 6 al voto in autunno di quest’anno (Valle d’Aosta , Veneto, Toscana, Marche, Campania, Puglia) è partito il risiko.

Il leghista Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli Venezia Giulia e presidente della conferenza delle Regioni, è per andare lungo, cioè al 2026. Fedriga comunque si stava assestando su un pragmatico “ciascuna Regione fa per sé”, visto che la premier Meloni non è d’accordo: altra tensione tra i partner. Però visto il niet sul terzo mandato che la Lega vuole, le cose si complicano ancora. Far slittare le regionali più in là sarebbe stato un contentino ai leghisti per vedere il “doge” del Veneto, Luca Zaia ancora in carica alle Olimpiadi invernali e più tempo per trattare le candidature.

Il garbuglio di norme e ritardi è tutta colpa del Covid che nel 2020 e nel 2021 – gli anni orribili della pandemia - portò le urne in autunno. Quindi i cinque anni di consiliatura scadono in autunno e anticipare non si può. Ma la legge per i Comuni è chiara: si vota tra il 15 di aprile e il 15 di giugno. Se non è il 2025 perciò sarà il 2026. Da qui la circolare del ministro Piantedosi che ha tratto il dado: è pacifico che il voto dei circa mille Comuni chiamati alle urne in questo autunno sia posticipato alla primavera del 2026 e, per le amministrazioni che scadono nell’autunno del 2026, si va alla primavera 2027, anno delle Politiche. L’eccezione c’è e riguarda le città commissariate, come Genova.

Per le Regioni è più complesso, perché hanno una loro autonomia in materia elettorale.

Lo slittamento non è indolore. La sinistra, che ha difficoltà a toccare palla in Parlamento, rientra in gioco nelle competizioni locali. Per Pd e 5Stelle poi, il colpo grosso è abbattere, nel voto del referendum, l’autonomia differenziata voluta dalla Lega e magari spuntarla anche nel referendum sulla cittadinanza. Bisogna aspettare il verdetto della Consulta sui quesiti referendari. Se è sì, allora il voto locale farebbe da traino all’affluenza. Però c’è l’argomento degli argomenti: i costi. Il voto in una Regione, ad esempio il Veneto, sfora i 40 milioni. Election day o in ordine sparso?

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