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Zuppi e le ragioni dell’altro: “Per la pace serve saper ascoltare”

A Bologna, Repubblica delle idee con il cardinale Zuppi e Francesco Merlo

 

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Il cardinale a capo della Cei dialoga con Francesco Merlo all’evento di Bologna: “Andare oltre il linguaggio della propaganda. Negoziare non è mai arrendersi”
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BOLOGNA – Guarda ai timidi segnali di dialogo tra Russia e Ucraina, «mi auguro che questi fili che nelle ultime settimane si sono intrecciati possano crescere, per esempio penso allo scambio di prigionieri, alla restituzione dei corpi. Perché se è tuo fratello, tuo figlio, cambia tutto. Io stesso capisco molto di più cosa è la guerra quando parlo con le donne ucraine, quando guardo negli occhi il figlio di un padre che non c’è più». Il cardinale Matteo Zuppi, intervistato dal giornalista Francesco Merlo sul palco di RepIdee a Bologna, sul suo ruolo di mediatore racconta di sé, di cosa si dice o come si sta negli incontri, con Yuri Ushakov, assistente diplomatico del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, per dire. «Quando è nata la mia vocazione a mettere pace? Non lo so, non si finisce mai di imparare a mediare, so solo che ho sempre avuto fastidio e paura dell’ideologia. Conta molto ascoltare, che significa andare oltre al linguaggio della propaganda per capire le ragioni profon…

BOLOGNA – Guarda ai timidi segnali di dialogo tra Russia e Ucraina, «mi auguro che questi fili che nelle ultime settimane si sono intrecciati possano crescere, per esempio penso allo scambio di prigionieri, alla restituzione dei corpi. Perché se è tuo fratello, tuo figlio, cambia tutto. Io stesso capisco molto di più cosa è la guerra quando parlo con le donne ucraine, quando guardo negli occhi il figlio di un padre che non c’è più». Il cardinale Matteo Zuppi, intervistato dal giornalista Francesco Merlo sul palco di RepIdee a Bologna, sul suo ruolo di mediatore racconta di sé, di cosa si dice o come si sta negli incontri, con Yuri Ushakov, assistente diplomatico del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, per dire. «Quando è nata la mia vocazione a mettere pace? Non lo so, non si finisce mai di imparare a mediare, so solo che ho sempre avuto fastidio e paura dell’ideologia. Conta molto ascoltare, che significa andare oltre al linguaggio della propaganda per capire le ragioni profonde dell’altro. Non per giustificare o per assecondare, anche la bandiera bianca di papa Francesco fu male interpretata». Ma Putin ha chiamato papa Leone XIV, non Francesco... «Loro si erano parlati, poi il colloquio avveniva anche attraverso le missioni che abbiamo fatto in Russia. La grandezza di papa Francesco è stata nell’insistenza, non capita da tutti, qualcuno pensava che tenere aperto il filo con Mosca era tradire Kiev. Negoziare non è mai arrendersi, la vera forza è di chi comincia a negoziare. È che se vuoi risolvere i problemi devi sempre capire i motivi del conflitto in atto cercando quello che serve davvero, altrimenti fai salotto. La guerra non la possiamo accettare, bisogna farla finita, e allora tenendo questo punto fermo, vai a trovare le soluzioni, insisti, è un telaio in cui devi mettere insieme tanti fili, ma devi aver chiaro che devi arrivare lì». La pace chi la può fare? «Si fa in tre, ma la comunità internazionale adesso dov’è? Non pervenuta. Ed è la cosa più grave e pericolosa».

La piazza di Bologna abbraccia il suo cardinale che è stato papabile e «per fortuna», sospira, ancora qui. Connessioni sentimentali. Un anno dopo, sullo stesso palco, il confronto con Francesco Merlo riparte da un dialogo personale, dal cardinale del sorriso venuto dalle borgate romane, «beniamino di due Papi», Benedetto XVI che lo volle vescovo («mi chiamò il nunzio, mi fece la proposta: accetti? Chiesi: ci posso pensare? No») e Francesco che lo fece cardinale. Beniamino anche del terzo, papa Leone? «Speriamo». Entrambe le chiamate sempre all’ora di pranzo, l’ultima quando Zuppi era a Lourdes con la sua diocesi. «Ci eravamo portati parmigiano, mortadella per tamponare qualche crisi di astinenza, mentre eravamo in cammino, vedo tante telefonate e a un certo punto rispondo. “Ti hanno fatto cardinale”. La mia risposta non fu molto ecclesiastica. È andata così». E ancora, papa Francesco che non c’è più, «ma c’è, ci ha regalato tante chiavi di lettura: la guerra a pezzi, l’io e il noi, i ponti e i muri». E poi il personale e lo spirituale, il ‘68, primo giorno di liceo per Zuppi il 5 ottobre di quell’anno, le passioni, quando si andava in via Giulia e ci si fermava per la preghiera prima di varcare la soglia del Virgilio. «C’era in tutti una grande ansia, una domanda spirituale, direi anche millenaristica. Eravamo tutti in qualche modo convinti che il mondo doveva cambiare. Sono stati anni di grande intensità, che però hanno prodotto anche distorsioni e il riflusso. Anni di grande tensione, la messa beat mi piaceva da morire. Delusione? Per me poco, era una grande scoperta di tutto. L’amore? A me attraeva l’idea di comunità, l’incontro con Sant’Egidio è stato questo, l’amicizia. Il volersi bene e il non smettere di volersi bene, ecco ancora questo mi appassiona (applausi) al netto di certe ingenuità e di certe ferite». Zuppi ricorda l’incontro con Baricco a Bologna alcuni anni fa, «si illuminò quando disse: dovete capire cosa significa per quell’epoca dire “amatevi gli uni gli altri”, in un mondo violento come era e come purtroppo è il nostro, fatto di ruoli, di forza, di possesso, ecco questo messaggio evangelico è per me la cosa più vera e più bella». Merlo lo incalza, la vocazione è che ti svegli di notte e vedi Dio? «Per me è stata la passione, l’incontro con la comunità».

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