Il dramma di Regeni. I genitori: “Repubblica e i lettori hanno scelto subito da che parte stare”

Un videomessaggio di Paola e Claudio Regeni al festival Repubblica delle Idee all’interno del racconto della vicenda del ricercatore ucciso al Cairo. Dopo dieci anni ci si avvicina a una sentenza

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BOLOGNA – «Un ringraziamento speciale a Repubblica, che ci è stata vicina in questi lunghi dieci anni». Quando sullo schermo appare il videomessaggio di Paola e Claudio Regeni, nella sala di Repubblica delle Idee cala il silenzio. Sono passati dieci anni dal sequestro, dalle torture e dall’omicidio di Giulio al Cairo. Dieci anni durante i quali la sua famiglia ha combattuto una battaglia che sembrava impossibile. Una battaglia che oggi, con il processo ai quattro agenti della National Security egiziana entrato nella fase finale, si avvicina per la prima volta a una sentenza.

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«Ricordiamo i primi articoli sul caso di nostro figlio, mostrando da che parte avete scelto di stare, dalla parte dei diritti umani», aggiunge Paola. Ed è forse questa la sintesi più efficace di una storia che non riguarda soltanto Giulio Regeni. Riguarda il diritto di conoscere la verità. Riguarda la possibilità di chiedere giustizia anche quando dall’altra parte c’è uno Stato che continua a negare, depistare e non collaborare. È da qui che parte il racconto andato in scena a Bologna. Non una commemorazione. Non un anniversario. Ma la cronaca di una verità cercata per dieci anni. Una storia che qualcuno sperava potesse essere sepolta sotto il peso del tempo, degli interessi diplomatici e delle ragioni di Stato. E che invece è rimasta viva grazie alla tenacia della famiglia, al lavoro degli investigatori, della procura di Roma, dell’avvocata Alessandra Ballerini e di una mobilitazione civile che non ha mai accettato il silenzio come risposta.

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Sul palco scorrono le immagini di Giulio, i filmati dei genitori, gli atti giudiziari, le testimonianze raccolte in questi anni. Rivive l’ultima sera del ricercatore friulano al Cairo, il 25 gennaio 2016. Il sequestro nella metropolitana di Dokki. I giorni delle torture. Le menzogne costruite dagli apparati egiziani. Le false piste. La banda criminale inventata per chiudere il caso. I cinque innocenti uccisi e presentati come responsabili. Un gigantesco depistaggio smontato pezzo dopo pezzo dal lavoro degli investigatori italiani.

È una storia che parla anche di giornalismo. In dieci anni Repubblica ha pubblicato 2.948 articoli dedicati a Giulio Regeni. Quasi tremila volte in cui ha ricordato che quella vicenda non era chiusa e che la ricerca della verità non poteva essere archiviata insieme ai rapporti diplomatici tra Italia ed Egitto. Un lavoro che si è intrecciato con quello della procura di Roma, dei carabinieri del Ros, degli uomini dello Sco e di chi ha continuato a cercare testimoni, documenti e prove anche quando tutto sembrava fermo.Ma soprattutto emerge il senso di una battaglia che va oltre il caso giudiziario. Perché Giulio Regeni non è diventato soltanto il simbolo di un omicidio rimasto impunito. È diventato il simbolo della possibilità di cercare la verità anche quando sembra impossibile trovarla. Di una democrazia che prova a processare i responsabili di un crimine commesso dentro un regime che continua a negare ogni collaborazione.

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Alla fine dell’incontro resta l’immagine di Paola e Claudio Regeni. Dieci anni dopo. Stessi occhi, stessa ostinazione. Nessuna richiesta di vendetta. Soltanto la pretesa che uno Stato democratico faccia fino in fondo il proprio dovere. È la stessa richiesta che accompagnò i primi giorni della scomparsa di Giulio. Ed è la stessa che oggi accompagna l’ultimo tratto di un processo che nessuno, dieci anni fa, avrebbe scommesso di vedere arrivare fino a questo punto.

Entro la fine del 2026, salvo sorprese, quella lunga ricerca di verità potrebbe incrociare per la prima volta una sentenza. Non restituirà Giulio alla sua famiglia. Ma potrà dire, nero su bianco, chi lo ha sequestrato, torturato e ucciso. E sarà già una vittoria contro il silenzio che qualcuno aveva immaginato di imporre.

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