Antonella Viola con Roberto Burioni: "Se togli la speranza al paziente togli anche la voglia di guarire"

“Salute. Ragione e sentimento”: l’incontro a Repubblica delle Idee

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Le emozioni, le parole, la speranza. Come si spiega il dolore e come si può affrontare la malattia. “Salute. Ragione e sentimento”, questo il titolo del panel moderato da Daniela Minerva al Cinema Modernissimo, la casa degli hub di Repubblica delle Idee. “Ai pazienti le bugie non si possono dire. Bisogna dire la verità. E tutto deve essere improntato all’ottimismo. La vita di una persona sana è improntata all’ottimismo”. A dirlo è Roberto Burioni, virologo e divulgatore scientifico. C’è lui. E poi c’è la professoressa Antonella Viola, immunologa e volto noto del dibattito scientifico. Non è solo l’occasione per parlare di scienza. E’ anche un momento per raccontare le emozioni, e quanto queste incidano sulla vita delle persone.

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Viola non si sottrae a un racconto personale. “Ricordo quando mia sorella si è ammalata di un linfoma, aveva vent’anni. Perderà i capelli?, chiese mia madre alla dottoressa che la stava seguendo. E quella le rispose: ma che domande, si rende conto che sua figlia ha un tumore maligno e potrebbe morire? In quel momento mia madre è crollata. Ha fatto bene la dottoressa a dire una cosa del genere? Secondo me no. Avrebbe fatto meglio a dire: i capelli ricresceranno. Se si toglie la speranza a una persona, viene tolta anche la voglia di mettere in gioco le riserve emotive. Che possono essere un alleato”.

Quel che conta, spiegano gli esperti come Viola, è che “il dualismo mente-corpo è ormai superato, siamo una cosa sola". E Burioni prende in prestito una frase di Italo Svevo: "Non dobbiamo vivere da malati per morire in perfetta salute".

Il cinema di Piazza Re Enzo è pieno di gente. Viola spiega il rapporto con lo stress. “Quando siamo stressati c’è una produzione sregolata delle catecolamine, per esempio adrenalina e noradrenalina. Se questa produzione non è controllata, l’effetto a lungo termine è noto: aumenta la pressione. Esiste addirittura il famoso crepacuore, la cardiomiopatia da stress”. Succede soprattutto nelle donne, in particolare nelle donne post-menopausa, un lutto, o a volte anche uno stress fisico, come un intervento chirurgico. “Questa risposta allo stress modifica l’apporto di sangue al cuore e il cuore sviluppa un difetto che si manifesta con sintomi simili a quelli dell’infarto. Tra l’altro ci sono studi recenti che mostrano come questa sia una cosa seria, non semplicemente un po’ di sofferenza”, dice Viola.

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Lei e il suo gruppo di ricerca hanno lavorato su un tema fondamentale: che cosa succede alle donne che hanno subito violenza? “Cominciano a esserci i primi risultati, incredibili, che mostrano come il cervello di una trentenne che ha subito violenza sia simile, a livello di funzionamento, al cervello di una donna post-menopausa di circa 55 anni”. E ancora: “L’idea è capire che cosa accade, perché quando abbiamo a che fare con una donna che ha subito violenza, spesso anche molto giovane, possiamo non solo guidarla attraverso un percorso di psicoterapia per riprendersi dal trauma subito, ma anche fare attenzione alle problematiche fisiche di salute che quella donna potrà affrontare. Possiamo costruire una prevenzione specifica e mirata”.

La direttrice di Repubblica Salute Minerva cita poi ciò che Susan Sontag ha stigmatizzato nel suo libro La malattia come metafora: il rischio di dare al malato, e alle emozioni che prova, la colpa della malattia. Una narrazione che Burioni, sempre così rigoroso, prova a spiegare da altre angolazioni. Ci sono due paradossi, dice Burioni: “Il primo è che la medicina scientifica è diventata sempre più efficace. Tante malattie che prima non si curavano, oggi si curano. Basti pensare al destino di una persona con un infarto negli anni Sessanta, o a quello che è successo con moltissime malattie. Se andiamo indietro agli anni Sessanta, l’aspettativa di vita era molto più bassa. Adesso ci avviamo verso i novant’anni. Però c’è un prezzo che abbiamo pagato nel passare dalla medicina artigianale a quella scientifica: la medicina si è spezzettata”.

La medicina dell’Ottocento, ma anche quella del 1950, dice ancora Burioni, “era fatta da un medico che si prendeva cura del paziente nella sua interezza. Quella di oggi è fatta da una serie di specialisti che si prendono cura, con efficacia molto maggiore, di singole parti del paziente. Però la paura del paziente di fronte alla malattia, la sua sofferenza, sono ancora le stesse dei tempi dei romani”. Il malato, insomma, dice ancora l’esperto, “vuole che qualcuno si prenda cura di lui. E allora qual è il segreto del successo di molte medicine per così dire alternative? Che offrono una cosa che i medici spesso non hanno: l’idea di essere considerati nella propria interezza. Una cosa che la medicina moderna purtroppo spesso trascura”.

Si parla di Cesare e del De bello Gallico, in cui “scrive una riflessione bellissima: gli uomini credono molto volentieri a quello che desiderano. In campo medico questo è ancora più forte, perché i sentimenti sono fortissimi. Uno teme per la propria vita. La malattia è sempre il momento più difficile per una persona”. E poi c’è il tema del “non lo so”, quel cuneo di incertezza con cui un malato, ma anche un medico, deve fare i conti. La medicina scientifica va difesa, certo, vanno messi i paletti. Però spesso la medicina sembra avere paura dei suoi stessi dubbi. Il non lo so, dice Viola, “non ci deve far paura. Non sapere tutto non è un problema. La scienza non è una verità con la v maiuscola. La scienza è comunque lo strumento migliore che abbiamo per interpretare la realtà. Ci sono tante cose che non funzionano, tante malattie su cui ancora oggi non riusciamo a fare diagnosi. Io sono bombardata da mail e messaggi di persone che non riescono ad avere una diagnosi e non sanno a chi rivolgersi. Sicuramente non riusciamo a curare tutti, è inutile nasconderlo. Però è anche vero che l’aspettativa di vita è cresciuta moltissimo”.

Nella storia dell’essere umano l’aspettativa di vita, dice Viola, “era stata a lungo intorno ai 35 anni, soprattutto per l’enorme mortalità infantile”. Poi, nel Novecento, con le vaccinazioni, l’acqua potabile, gli antibiotici, i gruppi sanguigni, le fognature e i cambiamenti ingegneristici, è salita. “Negli ultimi anni è aumentata ancora, perché abbiamo imparato a curare meglio anche le malattie dell’adulto e dell’anziano. Questo vuol dire che la medicina funziona, con tutti i suoi difetti, con tutti i suoi ‘non so’, con tutti i suoi posso fare meglio”. Un tema affrontato anche da Burioni: “Perché un medico dice non lo so? Perché la scienza è incerta, ma il paziente ha bisogno di una risposta. Però la medicina cambia”.

Nella sua carriera Burioni è passato da un mondo che non conosceva l’Aids a un mondo che conosceva la causa dell’Aids, una malattia mortale, “e poi a un mondo in cui chi è curato non è neanche più infettivo”. O ancora: “Ho lavorato anche sull’epatite C. Per tanti anni l’abbiamo curata con farmaci che davano effetti collaterali spaventosi e funzionavano in una parte dei casi. Ora abbiamo farmaci senza effetti collaterali che la guariscono quasi completamente. La medicina deve tenere insieme l’incertezza, che esiste, il metodo scientifico e le conoscenze disponibili in quel momento. Dobbiamo accettare che la medicina abbia questa incertezza. Il medico deve dire ‘non lo so’ quando serve, ma deve anche scegliere la cosa migliore in quel momento, sapendo che gli errori possono esserci. Quello che non può fare è agire con superficialità”.

Un altro tema importante è quello del problema emotivo. “Spesso le manifestazioni delle donne vengono liquidate come problema emotivo: è tutto nella tua testa. Ma non è vero. Se guardiamo i numeri, il tempo di attesa per le donne al pronto soccorso, quando arrivano per un problema cardiaco, un infarto, un dolore al petto, è in media del 30% superiore rispetto agli uomini. La diagnosi di endometriosi è ancora oggi un percorso a ostacoli, che richiede in media circa sette anni. Da un lato quindi non vogliamo riconoscere al corpo la possibilità di essere modulato dalle emozioni, dall’altro c’è chi specula su questo. E poi ci sono le donne, sulle quali spesso si va giù pesanti e si dice: è tutto nella tua testa. E’ un problema complesso”.

Anche il tema del dolore è affascinante. Il placebo è un tema enorme in medicina: non possiamo liquidarlo dicendo ‘vabbè, è placebo’, perché quel processo in alcune persone funziona. Così come funziona il nocebo: quando una persona è convinta che una cosa le farà male, e quindi sta male davvero”.

Burioni aggiunge che “la scienza si corregge, ma non viene mai corretta dai cialtroni". “Viene corretta da scienziati che seguono le stesse regole degli scienziati precedenti. Non sono errori: sono fasi parziali della conoscenza. La seconda cosa è che è molto importante la ricerca clinica, ma altrettanto importante è la ricerca di base. Tante cose nuove arrivano da ricerche apparentemente inutili”.

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